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XIV Congresso nazionale Ipasvi. L'infermieristica italiana in Europa (2005)

Relazione introduttiva della Presidente, Annalisa Silvestro

L'Infermieristica italiana in Europa: con quali risultati, per quali prospettive evolutive

Un cordiale e intenso saluto a tutti. Grazie per la vostra partecipazione e per la manifestazione della volontà di esserci per contribuire alla riflessione sullo sviluppo della nostra professione e del nostro essere infermieri.

Sono passati tre anni dal mio primo Congresso in veste di Presidente e di nuovo sento il bisogno di condividere non solo l’emozione per questo nostro grande impegno, ma anche la tensione progettuale per il proseguo del nostro cammino in una società ed in un ‘sistema salute’ più difficile e complesso.

La nostra professione è ormai una realtà consolidata nella sanità del Paese. 
Lo dicono i numeri e soprattutto il ruolo che rivestiamo nelle corsie, nei servizi, nelle strutture territoriali, nelle case dei nostri concittadini, ovunque ci siano persona da assistere.

Ma questo non è sufficiente. Molto c’è ancora da fare per portare a compimento un cammino iniziato molti anni fa in un contesto culturale, sociale ed economico profondamente diverso da quello attuale.

Essere infermiere oggi non è come esserlo stati all’inizio della nostra storia o solo dieci anni o fa; è però indubbio che continua ad esserci un filo rosso, ben visibile, mai interrotto, che ci unisce. E’ il filo rosso : 

  •  della scelta del prendersi cura, 
  •  della serietà e responsabilità che caratterizza il nostro impegno, 
  •  della certezza di svolgere un ruolo rilevante ed anche insostituibile a fianco delle persone che hanno bisogno di assistenza,
  •  della consapevolezza di volere e dover essere sempre all’altezza dei nostri alti compiti sia sul piano umano che su quello professionale.

Ricordavo i tre anni dal XIII Congresso. Tre anni sono un arco di tempo sufficientemente lungo per tracciare un bilancio di quanto fatto ed avvenuto e dell’evoluzione del nostro ruolo nella società italiana.

Ma, nello stesso tempo, tre anni sono quasi un soffio, un’istantanea, se rapportati al cammino da compiere, agli obiettivi da raggiungere, alle ambizioni e ai traguardi che ci siamo prefissati di conseguire per l’Infermieristica.

In tre anni sono comunque accadute molte cose che ci hanno costretto e ci costringeranno a rivedere strategie, riconsiderare certezze che non appaiono più tali, ridefinire obiettivi e percorsi.

Il quadro in cui operiamo, sia a livello nazionale che internazionale, è profondamente mutato, anche se vecchi problemi e antiche vicende sembrano a volte essere sempre gli stessi. Ed allora una prima domanda e alcune risposte.

Perché un Congresso incentrato sull’Europa
Quando abbiamo cominciato a pensarlo e a costruirlo nessuno poteva prevedere quanto sarebbe accaduto con i referendum svoltisi in Francia e in Olanda. 
La fiducia e l’empatia dei cittadini europei verso una nuova idea di Europa si erano microscopicamente incrinate.  Quasi corrose da un male interno che aveva portato la maggioranza dei cittadini di quei due Paesi, tradizionalmente europeisti, a mutare il pensiero su quell’idea.

La nuova Europa non più meta di progresso, di crescita, di nuova identità, di sviluppo sociale, di consolidamento e ampliamento dei diritti quanto un qualcosa di lontano, macchinoso e forse anche pericoloso per il proprio futuro e per quello delle generazioni a venire.

Ci siamo svegliati da un sogno, per trovarci nuovamente soli, ognuno nel proprio Paese e con idea spezzata di percorso. Potevamo decidere di cambiare strada, di abbandonare quel tema divenuto difficile, quasi scomodo. Abbiamo invece deciso di mantenere fermo l’obiettivo cardine del nostro XIV Congresso, che è quello di ragionare con i nostri colleghi europei sul presente e sul futuro dell’essere infermieri oggi e domani in Europa.
Anzi, la decisione di non cambiare è nata anche dalla constatazione che volevamo continuare a tendere a un ideale e a un progetto ampiamente discusso.

Non potevamo fermarci per le delusioni di una moneta che doveva unire e creare ricchezza e non lo ha fatto; o per la delusione di una Carta costituzionale europea che poteva e doveva essere più calda, più forte, più vicina all’uomo e alle sue aspirazioni.
Una scelta europea che però, oggi più di prima, deve essere ridiscussa e ridefinita anche a partire dal ruolo, dallo status, dalle dinamiche e dalle prospettive delle grandi professioni sanitarie. 

Professioni che hanno il diritto e il dovere di confrontarsi su quale modello europeo di Welfare possa e debba essere perseguito e, all’interno di esso, di quali dinamiche debbano assumere le stesse professioni sanitarie.

L’Italia è nell’Europa, e riteniamo che è solo nell’Europa e nelle sue grandi capacità di mediazione e di equilibrio tra sviluppo ed equità, tra libertà e solidarietà, tra individuo e società che si potranno delineare linee di riforma e miglioramento dei grandi sistemi di tutela, compreso quello della salute, alla luce delle straordinarie evoluzioni della società dal punto di vista demografico, economico e culturale.

Non sono temi e obiettivi estranei al nostro essere infermieri; non sono argomenti fuorvianti rispetto al vissuto professionale di ogni giorno, né c’è la volontà di parlare di altro per non parlare di noi stessi e dei nostri problemi. 
Anzi, riflettere su alcuni temi a valenza europea meglio ci può far riflettere sulle cose di casa nostra.

Quale sanità per gli europei?
“Mi preme prima di tutto che la Costituzione venga letta: è leggibilissima, molto più leggibile di alcuni testi classici della letteratura italiana”. Con queste parole Valery Giscard d’Estaing esortava i cittadini della nuova Europa alla vigilia della firma della prima Costituzione europea. Era l’ottobre del 2004. In realtà, l’opera non è poi così leggibile con i suoi 450 articoli per un totale di 325 pagine. Ma non è solo questione di lunghezza. 
Nella Costituzione europea manca un’anima, una spinta emotiva e propulsiva, un vero slancio costitutivo.

Del resto cosa emerge da quelle 325 pagine? Una bandiera a dodici stelle, un magnifico inno musicale e un parlamento con poteri limitatissimi. Ma non un Governo eletto dal popolo, una difesa comune, una comune politica sociale - pensioni, fisco, sanità, servizi sociali -  un passaporto che sostituisca quelli nazionali e, infine, una “vera” nazionalità europea.

L’Europa resta  una grande area economica dove le regole comuni abbracciano tante micro specie ma tutte includibili nella gestione dell’economia e del business.
E sulla sanità? Su questa materia scopriamo che la Costituzione non fa altro che “fotocopiare” l’esistente a livello comunitario e cioè generici richiami alla salute pubblica, veterinaria e alimentare. Anzi, viene ribadito con chiarezza che “ la politica sanitaria e l’organizzazione e la fornitura di servizi sanitari e assistenza medica”, nonché “la loro gestione e l’assegnazione delle risorse loro destinate”, restano materia legislativa esclusiva degli Stati membri.

 

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