FNOPI / Formazione e Ricerca / Rivista L'Infermiere / Rivista L'Infermiere N°4 - 2012 / Una filosofia per la medicina, razionalità clinica tra attualità e ragionevolezza - Rivista l'Infermiere N°4
SCAFFALE

Una filosofia per la medicina, razionalità clinica tra attualità e ragionevolezza

di Ivan Cavicchi

Dedalo
pagine 230, euro 16,00

Una filosofia per la medicina, razionalità clinica tra attualità e ragionevolezzaIl libro di Cavicchi che qui presentiamo potrebbe dirsi un’opera della maturità, che scaturisce da un lungo percorso di riflessione, di elaborazione, quasi a mettere ordine tra le tante idee affastellate negli anni. È un libro scritto in maniera chiara, premurosa, cosciente, attento a spiegare cose non sempre facili, ma intenzionato a dirle nel modo più semplice possibile. Il volume introduce piano piano alla delicata questione della necessità del cambiamento della ortodossia della medicina, partendo dal presupposto che tra l’apparato concettuale portante della medicina e questo tempo storico vi siano forti antinomie, contraddizioni, paradossi.
Non deve sorprendere se alla prima lettura ci vedremo poi interessati a rileggerlo di nuovo, non fosse altro che per cogliere gli infiniti piani di realtà che dapprima si percepiscono. È un libro denso di contenuti e dettagli, scritto con continui rimandi a chiarimenti sui termini impiegati, per fare in modo che tutti capiscano e non solo gli addetti ai lavori. È un libro che alla fine cerca di condensare l’intero lavoro di riflessione in dieci ripensamenti, fino a farne un manifesto.
È un libro infine che si rivolge non solo ai medici, ma anche agli infermieri e ai cittadini, perché se la medicina è, come si dice, “impresa sociale” allora tutti noi siamo i suoi legittimi riferimenti.
Il termine che Cavicchi usa per descrivere l’attuale condizione della medicina è regressività, ad indicare che quando qualcosa, come la medicina, sta fermo e tutto intorno cambia è come se la medicina tornasse indietro, diventasse regressiva. Il titolo stesso già indica un passaggio, un salto, un transito direi storico: una filosofia per la medicina sta ad indicare l’andare oltre la filosofia della medicina. Sino ad ora la filosofia della medicina ha avuto la funzione ancillare di spiegare la razionalità scientifica e soprattutto la metodologia del ragionamento scientifico. Cavicchi dice che questo non basta più, che ci vuole un pensiero per aiutare la medicina a ripensarsi e che se si vuole conoscere il malato e non solo la malattia, alla medicina serve una filosofia quale conoscenza, quale sapere riflettente.
La proposta di una nuova cooperazione tra scienza e filosofia per padroneggiare la complessità del malato interessa da vicino noi infermieri, perché forse più noi di ogni altra figura abbiamo tentato di integrare contingenza, situazione, biologia, biografia dentro le nostre teorie del nursing. La lezione che ci viene dal libro di Cavicchi è chiara: si deve essere ortodossi, infermieri e medici, e quindi conformi alle regole della propria disciplina professionale, ma si deve essere ortodossi agendo le regole in maniera nuova e diversa.
È inevitabile per me pensare alla ortodossia dei medici, alle loro rigidità, alle loro concezioni chiuse e a quanto male questo ha fatto agli infermieri e allo sviluppo della loro legittima professionalità. In ragione di una vecchia ortodossia medica la nostra professione, in barba alle norme che ci siamo conquistati, è come bloccata, anche se ci troviamo di fronte ad una società che ci chiede di cambiare e ad un’economia che comunque, per ragioni finanziare, ci chiede dei ripensamenti.
La professione degli infermieri è stata sempre sminuita, forse per quella nostra attitudine di stare tra l’attualità e la ragionevolezza. I medici ortodossi non hanno mai perdonato agli infermieri di avere “buon senso” cioè di non essere, come ama dire spesso Cavicchi, delle “lavatrici” obbedienti alla razionalità scientifica. Quindi chi meglio degli infermieri può ridiscutere le regressioni del sistema. Una per tutte quella di accogliere un malato come un essere con una malattia e consegnarlo alle cure di chi lo continua a considerare un ammasso di cellule e quindi privo di personalità.
È ancora Cavicchi a ricordarci che la conoscenza della clinica è conoscenza impersonale. Ciò mi fa venire in mente Gramsci che, scrivendo alla cognata dal carcere di Turi nel 1931, le diceva: ”non esistono malattie ma malati e che nel singolo malato tutti gli organi sono solidali nel caso che uno sia ammalato. Mi basta per capire che il medico deve essere una specie di artista, cioè che nell’arte sua ha molta importanza qualcosa di simile all’intuizione,oltre alla conoscenza scientifica”(A. Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi, 1971). Questo vale in toto anche per l’infermiere.
Ma per capire davvero il ruolo e l’importanza di una filosofia per la medicina è necessario inquadrare questo libro in una produzione intellettuale molto più grande e che va avanti ininterrottamente da almeno 30 anni.
Il libro di cui stiamo parlando indica una proposta di rinnovamento, spiegata nei suoi nodi essenziali con un pragmatismo tale da poterla mettere in pratica. Ciò che colpisce sono proprio le domande concrete alle quali l’autore intende rispondere: quale riferimento deve esserci per la ragione medica? Da quale premessa deve partire il ragionamento della medicina? Come ridefinire la concezione tradizionale di malattia? Ed il malato “in quanto tale” come va definito? La conoscenza scientifica è sufficiente per conoscere il malato? Quale altra conoscenza oltre a quella scientifica servirebbe? In quale altra circostanza, occasione io posso conoscere il malato? E come mai il linguaggio continua ad essere svalutato come oggetto di conoscenza, nella comunicazione? Che tipo di linguaggio serve? Come rendere la razionalità clinica il più possibile adeguata nei confronti dell’attualità della persona malata? Come posso mettere insieme la razionalità medica, l’attualità del malato, la relazione ed i contesti? Come si decide, come si sceglie? La codecisionalità è possibile? Eppoi la grande questione del “limite”. È inutile e falso immaginare la nostra razionalità come illimitata e onnipotente, noi dobbiamo fare i conti con due generi diversi di limiti: quello cognitivo e quello economico. La forza della proposta di Cavicchi è proprio quella di non farsi limitare dal limite economico, ma di trasformarlo in cambiamenti.
Alla fine, quasi in appendice, Cavicchi ci regala una guida pratica per comprendere meglio la relazione intesa come conoscenza e per usarne le virtù. Leggendola si ha l’idea di essere presi per mano e condotti dentro una complessità in generale sconosciuta ai più, passo dopo passo.
Insomma, un libro, bello, generoso, pertinente alle richieste dei cittadini, dei professionisti della salute, dei malati e soprattutto pratico, come è proprio dello spirito di Cavicchi, che non si stanca mai di dire che se c’è qualcosa di terribilmente pratico questo è proprio la filosofia, cioè il ripensare il pensiero che pensa tutto quello che noi facciamo.

Marcella Gostinelli
Direttore Innovazione organizzativa e assistenziale, Centro oncologico fiorentino – Sesto Fiorentino (Firenze)
 

Ivan Cavicchi

Tutto il lavoro dell’autore si può condensare in due grandi filoni, strettamente correlati tra loro:

  • quello dedicato ai problemi della sanità, nel quale egli esercita una critica serrata al “pensiero debole” delle politiche sanitarie di questi anni - Il libro bianco (2005); Il libro rosso (2006); Il libro verde (2007); Il pensiero debole della sanità (2008); Medicina e sanità: snodi cruciali (2010);
  • l’altro dedicato ai problemi della medicina - L’uomo inguaribile, il significato della medicina (1998) nel quale si afferma la necessità di rivedere la matrice culturale della medicina; Il rimedio e la cura, cultura terapeutica tra scienza e libertà (1999), un libro nel quale si rafforza l’orientamento pragmatista dell’autore ormai deciso a confutare fino in fondo la vecchia matrice positivista della medicina; La medicina della scelta (2000), che ci porta nelle profondità della crisi della medicina; Filosofia della pratica medica (2002), dove si arriva ad esplorare la razionalità medica, ponendo le basi per una conoscenza ontologica del malato, che affianchi la conoscenza scientifica. Nel libro La clinica e la relazione (2004) si comincia a strutturare un vero e proprio ripensamento della clinica osservazionale verso una clinica relazionale per la quale la relazione è conoscenza utile per sapere di più sul malato. Questo grande lavoro di esplorazione e di elaborazione dà luogo a Ripensare la medicina, restauri, reinterpretazioni, aggiornamenti (2005), nel quale sono riuniti una serie di saggi di straordinario valore innovativo, attraverso i quali l’autore mette sempre più a fuoco la sua proposta di rinnovamento e di ripensamento della razionalità medica.

 

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