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Le mappe concettuali: come realizzarle e utilizzarle nella formazione e nella ricerca sociale

di Paolo Artoni, Enrico Marchetti e Emanuela Spaggiari

Fare e rifare mappe concettuali, confrontarle con altri, può essere considerato un lavoro di squadra nello sport del pensiero” (Novak, 1989)

In questo breve contributo ci proponiamo di presentare le mappe concettuali (Mc) come strumento utile nella formazione degli adulti e in varie fasi della ricerca sociale.
La loro origine risale agli anni Settanta, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori statunitense che gravitava attorno a Joseph Novak, docente di Didattica della biologia presso la Cornell University nello stato di New York. Furono utilizzate per la prima volta come strumento d’analisi di centinaia di nastri d’interviste svolte a bambini per documentare lo scarto tra ciò che conoscevano prima e dopo un percorso di insegnamento/apprendimento. Si tratta, di fatto, di un attrezzo che ha fatto da precursore agli odierni strumenti di analisi dei dati testuali utilizzati nella ricerca sociale e che, come questi ultimi, permette di organizzare in modo ‘semplice’ parole e proposizioni.
È ormai noto da tempo il valore didattico insito nelle Mc: infatti danno la possibilità di evidenziare con chiarezza i principali concetti di un discorso e le relazioni che li collegano[1]. La capacità di isolare tali concetti, altrimenti racchiusi in proposizioni complesse e quindi più difficili da cogliere, fa delle mappe concettuali uno strumento prezioso per il committente di una ricerca sociale, per la persona in formazione o, più genericamente, per il semplice lettore, che trova in esse una guida in grado di condurlo, di concetto in concetto, di relazione in relazione, lungo un tragitto che sintetizza trattazioni anche molto ampie e articolate.
Ma andiamo per gradi e soffermiamoci innanzitutto a sottolineare brevemente la valenza didattica di una mappa in un contesto di formazione: la realizzazione condivisa di una mappa a partire da un concetto dato ha innanzitutto un valore sociale, ossia può essere usata come strumento per la creazione di un gruppo di persone che inizia un percorso formativo importante dal punto di vista dell’impegno e del numero di ore d’aula. La discussione che scaturisce da questo lavoro di gruppo strutturato aiuta inoltre le persone implicate nel processo ad approfondire il tema trattato e ad organizzare con più ordine e precisione le proprie idee intorno ad esso. Aggiungere e togliere concetti, collegarli e separarli tra loro potenzia anche le capacità logiche e di ragionamento. Inoltre non dimentichiamo che il risultato che si ottiene è un lavoro “del” gruppo, per il raggiungimento del quale le persone si trovano a dover negoziare decisioni, sostenere ipotesi, argomentare relazioni tra concetti: se uno degli obiettivi dell’aula è, ad esempio, apprendere ad utilizzare in modo efficace le principali regole della negoziazione, la realizzazione di una Mc può costituire la struttura di un esercizio didattico efficace in tal senso. Ancora, una mappa concettuale è in grado di accogliere le conoscenze e le esperienze pregresse di tutti i partecipanti, anzi è proprio grazie a queste che essa prende forma e si struttura: all’interno di un contesto di didattica attiva ciò equivale a riconoscere e valorizzare i prerequisiti dei discenti, passaggio che a nostro avviso non può essere misconosciuto né tantomeno eluso se si vuole condurre gli interessati lungo un percorso di “apprendimento significativo” (Novak 2001), che porti ad un migliore adattamento dei soggetti all’ambiente mediante il cambiamento di alcuni comportamenti disfunzionali rispetto ai propri obiettivi.
Una proposta interessante che traghetta il ragionamento verso la ricerca sociale, ponendosi a metà tra situazioni d’aula e momenti di approfondimento e valutazione, è sicuramente la combinazione di due strumenti, brainstorming e mappe concettuali, in esercizi creativi in cui un gruppo è chiamato ad individuare nuove relazioni e nuovi significati a partire da un concetto dato, oltre che ad aumentare l’ampiezza e la precisione dello stesso. Rispetto al tradizionale elenco di parole il valore aggiunto della rappresentazione grafica mediante la mappa è sicuramente una maggiore immediatezza di lettura; inoltre, nel caso in cui l’obiettivo del brainstorming non si esaurisca con la conclusione dell’esercizio ma si prolunghi con effetti sul corso o sull’organizzazione coinvolta, sarà necessario ordinare le decine di concetti emersi mediante una Spo (Scala di priorità). Rappresentare questo nuovo ordine attraverso una mappa concettuale aggiunge chiarezza e facilita il ricordo dei ragionamenti che hanno portato all’elaborazione di quel prodotto da parte del gruppo di partecipanti.
Passiamo ora al secondo obiettivo del nostro contributo, che consiste nell’esemplificare alcuni utilizzi possibili delle mappe concettuali nella ricerca sociale. Tali rappresentazioni possono trovare una collocazione interessante in almeno due momenti: la fase di progettazione di una ricerca e quella di restituzione dei risultati ai committenti. Vediamole nello specifico.
Nella fase di progettazione le mappe possono agevolare il processo di traduzione empirica di concetti con referenti astratti (ad esempio “libertà”, “religiosità”, ecc.) che sono lontani dall’esperienza e non direttamente osservabili, quindi necessitano di una definizione empirica per essere studiati scientificamente. L’operativizzazione di tali concetti, ossia la loro trasformazione in variabili utili a misurarli (es. il passaggio dal concetto di *religiosità* alla variabile *numero di volte in cui una persona va in chiesa in un mese*) non è immediata, e prevede il ricorso a due scale, una di generalità e una di astrazione. La prima aiuta il ricercatore a ridurre, attraverso passaggi progressivi, la generalità del concetto oggetto di studio verso concetti (variabili) sempre più specifici; la seconda porta il concetto astratto iniziale verso concetti (variabili) sempre più concreti.
Inoltre le mappe concettuali possono aiutare a strutturare il disegno della ricerca: quando si progetta un’indagine, è questo un momento molto importante in cui è necessario individuare il proprio oggetto di analisi, gli obiettivi dello studio e gli strumenti che meglio possono portare al loro raggiungimento. Considerata la vastità di alcune ricerche che si sviluppano per anni e si articolano in molte fasi, mettendo in campo tecniche standard per l’analisi di campioni vasti e tecniche non standard per approfondire temi specifici in microcontesti, la possibilità di rappresentare l’intero disegno di ricerca su di un unico foglio consente ai ricercatori di cogliere meglio l’insieme e di valutare le scelte fatte passo dopo passo.

Figura1 - Esempio di ricerca multifase su base nazionale

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Alla conclusione di una ricerca e in fase di restituzione dei risultati alla committenza, le Mc risultano essere un potente ausilio per rendere snelli, espliciti e immediati sia il percorso svolto sia i risultati raggiunti. Una caratteristica di tali rappresentazioni che le rende molto efficaci in questa fase è la possibilità di costruire ‘mappe di mappe’, ossia di partire da una mappa complessiva, che sintetizza l’intero lavoro svolto, per poi isolare via via i diversi punti della mappa (concetti o relazioni tra essi) portandoli al centro di una nuova mappa, al fine di approfondirli ed espanderli. Ad esempio, se si desidera focalizzare l’attenzione della committenza su di un particolare strumento utilizzato (intervista, focus group), è possibile rendere la traccia tramite una mappa concettuale, argomentando le scelte fatte relativamente ai temi toccati e ai diversi gradi di approfondimento di essi.
Sempre in un contesto di restituzione dei risultati di ricerca, immaginiamo di dover descrivere uno studio di caso. L’utilizzo delle mappe risulta particolarmente efficace in una situazione di questo tipo grazie alla loro straordinaria capacità di rappresentare la cosiddetta ‘variabilità delle posizioni’ (ossia le differenti visioni) che i soggetti intervistati mettono in campo nei confronti del nostro oggetto di studio. Ad esempio, se abbiamo indagato l’atteggiamento nei confronti dell’utilizzo del computer all’interno di un ospedale, possiamo raffigurare attraverso una mappa concettuale tutti gli attori del contesto. Da questa prima mappa se ne possono sviluppare altre per rendere graficamente i differenti punti di vista di cui gli attori sociali raffigurati sono portatori attribuendo ai concetti diverse posizioni sulla mappa (e quindi una diversa importanza nell’organizzazione gerarchica che caratterizza la mappa stessa) a seconda delle percezioni emerse. Ciò è possibile grazie all’estrema flessibilità delle Mc che le rende valide anche modificando le gerarchie dei concetti rappresentati.
Un altro uso delle mappe, che potremmo definire di carattere epistemologico, è mirato a rivelare le ‘misconcezioni’ che spesso sostanziano le nostre visioni del mondo a causa dell’intervento di quelli che Manghi chiama filtri creativi nella costruzione dei nostri processi di pensiero e delle nostre rappresentazioni. Stiamo parlando di stereotipi, pregiudizi, preconcezioni, superstizioni, che inquinano il nostro modo di vedere la realtà, a volte anche perniciosamente. Esse prendono origine da operazioni logiche scorrette che partono da un legame tra due concetti e giungono all’enunciazione di una proposizione falsa, come possono essere appunto gli stereotipi o i pregiudizi. Le mappe concettuali, consentendo di semplificare il discorso e isolare i singoli concetti e i legami che connettono due o più di essi, sono un valido strumento per mettere in evidenza questi falsi legami. Possiamo spingerci oltre nel ragionamento. La ricerca sociale annovera anche, tra i propri compiti, quello di portare alla luce le differenze che esistono tra il senso comune (ossia il modo attraverso il quale tutti noi conosciamo il mondo che ci circonda, come detto inquinato dalle distorsioni appena descritte) e il supporto ad una migliore costruzione della conoscenza che la sociologia può fornire. In questo scenario è di indubbio interesse utilizzare il confronto tra due mappe concettuali, una delle quali rappresenta il senso comune in merito ad un determinato argomento (desunto, ad esempio, da come viene diffuso attraverso i media) e i risultati di una ricerca sullo stesso tema. Il confronto tra le due rappresentazioni consente di far emergere con grande evidenza ed immediatezza le differenze, a volte anche molto significative, tra le due visioni. Lasciamo immaginare ai nostri lettori quale sia l’impatto di queste immagini e quanto la schematizzazione permetta di renderle chiare e fissarle nella memoria: in questo caso le Mc aiutano le persone ad essere più consapevoli del modo in cui costruiscono e organizzano le proprie idee e conoscenze, di conseguenza le proprie visioni del mondo.

Applicativi per la realizzazione delle Mc
È plausibile ritenere che l’accresciuto interesse verso il tema delle mappe concettuali sia strettamente connesso ad uno spirito del tempo ben preciso, quello che, tanto per intenderci, ha portato alla rivalutazione di tre metafore di successo nelle scienze sociali, ossia la mente, il sistema e la rete (De Kerchove, Trobia). È tuttavia altrettanto verosimile che quello stesso interesse, come pure il riferimento alle medesime metafore appena citate, sia a sua volta intimamente legato al grande sviluppo che ha contraddistinto il settore informatico nell’ultimo ventennio, uno sviluppo che ha dischiuso nuove possibilità di rappresentazione e di applicazione. Nel solco di queste considerazioni non deve stupire il proliferare, per esempio, di software adibiti alla realizzazione di mappe concettuali, di sociogrammi o allo studio di reticoli sociali. Nello specifico il numero di applicativi dedicati alla creazione e gestione di mappe concettuali può dirsi oggi piuttosto nutrito e in costante evoluzione. Per questa ragione, più che cercare di stilare un elenco esaustivo di programmi dedicati alla realizzazione di mappe concettuali[2], qui prediligeremo una breve disamina delle principali caratteristiche discriminanti di cui è bene tenere presente nella scelta del software da utilizzare, gettando così le basi per la creazione di un breve elenco ragionato. Si tratterà, in definitiva, di una lista sintetica priva di qualsivoglia pretesa di esaustività e frutto di una scelta selettiva maturata negli anni, sulla scorta di esperienze d’uso nel contesto accademico e aziendale.

Quali criteri di differenziazione tra i software?
Le caratteristiche degli innumerevoli applicativi esistenti in tema di concept mapping sono talmente numerose ed eterogenee da rendere sostanzialmente arduo attendersi che due pacchetti software possano offrire esattamente le stesse funzionalità. Contestualmente, nel corso degli ultimi anni l’evoluzione di questi programmi ha portato a un sostanziale livellamento verso l’alto delle funzionalità di base, a partire dalle possibilità di intervenire sulle caratteristiche estetiche fondamentali delle mappe.
Ormai tutti i principali applicativi in questione consentono, per esempio, di gestire in modo agevole e intuitivo le mappe e le caratteristiche di molti loro elementi costitutivi (le forme delle rappresentazioni concettuali, spessore e colore delle connessioni, formato dei testi, sfondi, ecc.). Nonostante ciò permangono alcuni fattori ancora fortemente discriminanti e da ponderare con molta attenzione, specialmente laddove si preveda una gestione delle mappe condivisa con altre persone. Tali fattori sono riconducibili all’ambiente operativo, al tipo di licenza e alle funzionalità di collaborazione.
Il riferimento all’ambiente operativo rimanda al fatto che il software prescelto possa funzionare (in gergo girare) su dispositivi basati su Ms Windows piuttosto che su Mac OSX o Linux. È infatti importante ricordare come un programma creato per funzionare unicamente con Ms Windows in generale non può essere utilizzato dal possessore di un computer Apple o da un PC con Linux, rappresentando così un potenziale ostacolo alla condivisione del medesimo strumento software da parte di un gruppo di lavoro. Per tale ragione si suggerisce di optare per applicativi disponibili per sistemi diversi.
Il tipo di licenza rimanda invece all’insieme di regole che accompagnano il software e che ne stabiliscono le modalità d’uso consentite e non, con implicazioni legali rilevanti. Si tratta di un tema piuttosto complesso che si presta a considerazioni di carattere economico, giuridico e filosofico. Per semplicità ci limiteremo qui a considerare come la licenza determini se il software scelto possa essere utilizzato a titolo gratuito oppure se sia previsto l’acquisto della licenza d’uso.
Le funzionalità di collaborazione, infine, assumono particolare rilievo laddove si prevede che la realizzazione e la gestione di mappe concettuali debba coinvolgere più persone. Poiché ogni software consente di salvare le mappe realizzate in un file, è fondamentale che il programma utilizzato renda per esempio possibile esportare tale file in un formato che sia leggibile e gestibile da ciascun utente, anche da chi è dotato di un programma diverso. Nel caso in cui si pensi invece all’eventualità di sfruttare la connessione di rete per realizzare e gestire collettivamente una mappa, diventa fondamentale verificare le funzionalità offerte in tal senso da ciascun applicativo. 

Tre suggerimenti per iniziare
Alla luce delle considerazioni fatte desideriamo proporre al lettore il nome di qualche software, per la precisione: FreeMind, IHMC CmapTools, VUE. Si tenga presente che si tratta di suggerimenti che prendono spunto tanto dall’esperienza d’uso quanto dalle esigenze specifiche portate da chi scrive, quindi con la consapevolezza che si tratta di proposte di parte che non hanno alcuna pretesa di esaurire le possibilità a disposizione.
In particolare, la scelta effettuata si rifà all’esigenza di garantire un compromesso accettabile tra:

  • massima interoperabilità (programmi che funzionano su sistemi operativi differenti e che consentono in ogni caso di esportare le mappe realizzate in formati standard facilmente utilizzabili anche con altri programmi diversi);
  • gratuità d’uso in contesto di studio (e costi ragionevoli per i contesti d’uso commerciale);
  • stabilità e supporto, intendendo che si tratti di un software ‘maturo’ ormai ben testato e referenziato dalla comunità, costantemente migliorato dai programmatori e dotato di una manualistica sufficientemente completa.


La scelta di limitare i suggerimenti a questi tre applicativi risiede nel fatto che pur garantendo il raggiungimento del medesimo obiettivo, ciascuno consente di conseguirlo con modalità e prerogative diverse dagli altri.
FreeMind [3] è per esempio uno strumento molto diffuso, collaudato, ottimamente supportato e documentato. È particolarmente leggero, cioè di dimensioni modeste e poco vorace per quello che riguarda la potenza del computer. Questa caratteristica lo rende particolarmente ideale quando è richiesta immediatezza d’uso, fattore dirimente quando si preferisce concentrarsi sulle attività di mind mapping, per esempio quando si vuole rappresentare una vena creativa e dare la priorità al flusso di idee. Nella sua immediatezza FreeMind è comunque dotato di molte funzionalità, pur se con una possibilità di intervento sugli aspetti grafici ed estetici delle mappe più limitata rispetto ad altri pacchetti come CmapTools. In generale FreeMind appare particolarmente indicato per le attività quotidiane, mentre per le presentazioni o la realizzazione di rappresentazioni più articolate e curate resta sempre possibile esportare le mappe per gestirle con un applicativo di concept mapping più completo.

CmapTools (il cui nome completo sarebbe IHMC CmapTools[4], dove l’acronimo iniziale richiama la paternità dell’Institute for human and machine cognition della Florida University sul progetto) è un eccellente applicativo sviluppato sotto la direzione di uno dei più importanti teorici in tema di mappe concettuali: Joseph Novak. Si tratta di un software particolarmente completo, deputato a migliorare in modo drastico le possibilità di cooperare nella costruzione e gestione delle mappe concettuali, offrendo la possibilità di sfruttare funzionalità di networking per stimolare la condivisione tra colleghi e collaboratori. Tra i punti di forza di questo applicativo vi è inoltre la possibilità di creare mappe navigabili, anche in formato pubblicabile su siti web. È in grado di garantire la creazione di mappe esteticamente elaborate, di qualità e di buon impatto. La nota dolente è rappresentata dal fatto che si tratta di un software pesante, il cui utilizzo può talvolta rendere percepibile una certa lentezza operativa[5]. Come per gli altri programmi qui citati, si tratta di un dispositivo disponibile per piattaforme diverse (MS Windows, diverse distribuzioni di Linux e Apple OSX).
Per chi cercasse un dispositivo capace di collocarsi a metà strada tra i due citati in precedenza, è possibile utilizzare VUE (Visual understanding environment)[6]. Si tratta di un applicativo sviluppato e mantenuto dalla Tuft University che propone caratteristiche intermedie tra quelle di FreeMind e di CmapTools, vale a dire un buon compromesso tra efficienza e immediatezza, possibilità di intervenire sull’estetica delle mappe, funzioni di networking. Da valutare le caratteristiche della licenza d’uso per quanto concerne l’utilizzo in ambito aziendale (la licenza è di tipo Education community license v2, quindi non vi sono problemi di utilizzo fintanto che si rimane in ambito accademico).
 


[1] Joseph Novak, il cui pensiero pedagogico e didattico è all'origine della proposta delle mappe concettuali, dà questa definizione di “concetto”: “regolarità percepita in eventi o oggetti o in testimonianze/simboli/rappresentazioni di eventi o di oggetti, definita attraverso un'etichetta” (L'apprendimento significativo, 2001, pag. 33/34).
[2] Per un elenco più esaustivo si rimanda a http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_concept_mapping_software.
[3] http://freemind.sourceforge.net/wiki/index.php/Main_Page.
[4] http://cmap.ihmc.us/conceptmap.html.
[5] Esiste anche una versione light del medesimo programma, ma si tratta comunque di un applicativo estremamente ingombrante se confrontato con strumenti quali FreeMind.
[6] https://vue.tufts.edu/download/index.cfm.
 

BIBLIOGRAFIA

- Novak J D, Gowin D B (1984). Imparando a imparare, trad. it. 1989, SEI, Torino.
- Novak J (1998). L’apprendimento significativo, trad. it. 2001, Erickson, Torino.
- Manghi. (2004). La conoscenza ecologica. Attualità di Gregory Bateson, Milano, Raffaello Cortina.

 

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