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CONTRIBUTI

Leggendo il documento 'Defining nursing' e riflettendo sull'infermieristica

di Giuseppe Marmo

Coordinatore didattico Laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche, Università Cattolica Sacro Cuore - Facoltà di Medicina e chirurgia "A. Gemelli" di Roma - Sede formativa Piccola casa della divina provvidenza - Presidio sanitario Ospedale Cottolengo di Torino

Corrispondenza: giuseppe.marmo@ospedalecottolengo.it

Nell’aprile del 2003 il Royal College of Nursing di Londra pubblicò il documento “Defining nursing[1], testo predisposto sulla base dei risultati di una vasta consultazione professionale.

1. Perché occuparci di questo documento?
Non solo perché proviene da una prestigiosa e storicamente autorevole istituzione infermieristica europea, ma anche perché ci offre, nei contenuti e nel ragionamento proposto per costruire (o ri-costruire) la risposta a una specifica domanda, spunti riflessivi importanti per chi intende riflettere a fondo sull’infermieristica, anche in Italia.
Rispondere a una domanda non è come tirar fuori dal cassetto una risposta bella e pronta. Costruendo delle risposte si avanza e si fanno delle scoperte. Esplicitando un punto di vista lo si arricchisce e lo si fa evolvere”[2].

La domanda è: che cos’è il nursing?
Domanda non nuova. Nel 1978 apparve addirittura come titolo di una pubblicazione[3] curata dal Dipartimento della sicurezza sociale della Regione Toscana. Pubblicazione che riportava la traduzione, di Vera Maillart e Maria Rosa Marchi, di un testo di Virginia Henderson, per molti versi ancora attuale.
Domanda professionalmente esistenziale.
Domanda ricorrente, anche se forse in modo troppo latente, nel quotidiano di ogni infermiere.
Domanda che accompagna costantemente il processo d’irrobustimento dell’identità professionale dell’infermiere; processo faticoso e impegnativo, non solo per la giovane storia professionale istituzionale dell’infermieristica, ma, soprattutto, per le turbolenze politiche, amministrative, organizzative, interprofessionali che ne stanno affiancando la crescita.
Domanda che, però, in quanto generatrice di risposte, esprime anche la vivacità di una professione che cresce e che è costantemente in ricerca, che non difende posizioni precostituite, che s’impegna a evolvere con l’evolvere della società di cui è a servizio.
Sotto questa luce, quindi, analizzare il documento in questione ci espone al confronto con il pensiero di altri colleghi europei che condividono le nostre stesse tensioni[4]. E ciò è buono. Perché confrontarci con più saperi consente di rivitalizzare il nostro pensiero e di allargare i nostri orizzonti culturali. Usare plurimi riferimenti per riflettere, anche se la potenza attrattiva della contingenza quotidiana, a volte, sembra allontanarci da questa basilare facoltà intellettiva, consente di amplificare le nostre possibilità di ricerca, di azione e, non per ultimo, di concettualizzazione.
La riflessività pone una distanza tra se stessi e la propria attività. Collocandosi in una situazione di esteriorità, il soggetto non si trova più immerso in un problema, ma gli si posiziona di fronte. Questa collocazione rappresenta l’asse della concettualizzazione dell’azione. La traduzione della realtà in concetti è necessaria per potersi dotare di schemi di comprensione o di azione da riutilizzare nell’ambito di vari contesti. Un concetto, quindi, è più che un semplice tassello di conoscenza. È uno strumento operativo che consente, in maggior o minor misura, di comprendere e affrontare la realtà[5].
In questa prospettiva, poiché i concetti sono veicolati da parole, già il primo termine usato nel titolo del documento è suggestivo nella sua essenzialità semantica.
Infatti, il gerundio “defining”, collocato prima del termine nursing, che è il vero oggetto del documento e che sarà sviluppato in tutto il testo, rappresenta sia la sostantivizzazione del verbo definire, sia il processo del definire. Coniugare questi due aspetti (definizione/definire) consente di mitigare la rigidità del termine “definizione”, che evoca una fine, un punto definitivo, conclusivo, una cristallizzazione di significati, con la dinamicità del termine “definire” che esprime il processo vitale di un sapere che, per sua natura, è costantemente e ricorsivamente in evoluzione.
Il titolo, quindi, ci indica la prospettiva con cui leggere e studiare questo documento: non solo il prodotto conclusivo di un processo elaborativo sul nursing, ma una tappa del fluire del pensiero sull’infermieristica a cui potranno far seguito ulteriori tappe successive.

2. Una precisazione preliminare sul termine nursing
Il termine nursing planò pubblicamente in Italia nel 1972, quando la compianta collega Rosetta Brignone, allora Presidente della Cnaioss[6] (oggi Cnai[7], inaugurando l’ottavo Congresso nazionale della Consociazione[8] disse: “Questa relazione propone l’introduzione della parola nursing nel nostro linguaggio professionale corrente”. Grande desiderio di rottura concettuale con una tradizione italiana ancorata ancora alle “tecniche infermieristiche”!
32 anni dopo, nel 2004, la stessa Rosetta Brignone, in un’intervista rilasciata in occasione del cinquantennale dell’istituzione dei collegi Ipasvi, affermava laconicamente, senza nascondere il suo rammarico per un processo culturale fortemente auspicato ma ancora incompiuto: “… purtroppo sono stata io a parlare di nursing; me ne sono pentita mille volte perché è una parola che è stata usata senza apprezzarne il significato più profondo; dietro quella semplice parola, infatti, c’è una filosofia, un modo di pensare e di essere infermieri”.
Il termine nursing è sia sostantivo sia gerundio del verbo to nurse, che deriva dal latino nutrire, il cui primo significato è “allattare un fanciullo”. Da qui i significati figurativi di “allevare”, “far crescere”, “educare”.
Oggi il termine inglese nurse è correntemente collegato in italiano a infermiera/e, e quello di nursing, spesso associato a care (nursing care), ad assistenza infermieristica.
Allora, senza disconoscere il valore del termine nursing, ma riconoscendo altresì che tale parola non appartiene originalmente alla cultura italiana, si può legittimamente asserire l’assoluta identità concettuale tra nursing e assistenza infermieristica, purché non si escluda mai l’aggettivo “infermieristica”. La sola parola “assistenza”, infatti, derivando dal latino adsistere (“stare vicino”), è generale, appartiene a molti, anche a non professionisti. È proprio l’aggettivo “infermieristica” che, qualificando professionalmente l’assistenza, proietta l’infermiere in quella dimensione filosofica e scientifica trasmessa dal termine nursing che il documento in questione esplora in profondità.

3. Perché un documento sulla definizione del nursing/assistenza infermieristica?
Lo stesso documento dà conto del dibattito esistente in merito a questa questione: da una parte c’è chi si dichiara scettico sull’utilità di una definizione, ritenuta troppo restrittiva per la professione, e dall’altra c’è chi afferma che ciò che non si può definire non si può neanche nominare, controllare, finanziare, indagare, insegnare o inserire nella politica sanitaria.
In ogni caso, anche chi è sostenitore di questa seconda posizione, deve tenere conto del fatto che qualsiasi definizione, ancorché utile per precisare alcuni fondamentali concetti chiave che guidano l’agire del professionista, non riuscirà mai, da sola, a superare totalmente i malintesi e gli stereotipi che esistono in quest’ambito e non potrà mai, da sola, determinare la qualità delle relazioni tra infermieri e pazienti, infermieri e altri professionisti.
Fatte queste precisazioni, il documento sostiene alcune motivazioni che hanno reso necessario tale lavoro definitorio. Due in particolare, che riassumono tutte le altre, meritano una particolare attenzione. 

  1. Ridurre la vulnerabilità dell’assistenza infermieristica
    È abbastanza normale che ai margini di ogni professione esistano aree di contiguità o sovrapposizione di funzioni con altre professioni. Nonostante ciò, nella percezione comune, le responsabilità di ogni gruppo professionale sono piuttosto chiare; a questo fa eccezione la professione infermieristica nei confronti della quale, per ragioni storiche, sociali e culturali esiste ancora una variabilità considerevole di percezioni. La responsabilità di rettificare e di chiarire tale situazione spetta agli infermieri stessi, consensualmente. Questo documento intende offrire un contributo in questa direzione: far capire le differenze che l’infermieristica ha rispetto ad altre professioni; differenze collocabili soprattutto nel giudizio clinico, nella conoscenza, nella responsabilità, nella relazione strutturata

  2. Superare le interpretazioni individualistiche
    Ogni infermiere possiede sicuramente un concetto personale dell’assistenza infermieristica: ciò che è, per chi è e come deve essere realizzata. È un problema diffuso, però, il fatto che tale concetto raramente viene verbalizzato e condiviso nei gruppi di lavoro e nella comunità professionale; e finché ciò persiste risulterà estremamente difficoltoso comunicare in modo chiaro con i destinatari delle cure e farsi capire dal pubblico in merito alla natura e alla qualità del servizio offerto. Ma ciò va fatto, superando le difficoltà esistenti, perché è la base del mandato sociale di una professione come quella infermieristica e della relazione di fiducia che essa, necessariamente, deve mantenere con il pubblico assistito.

Il documento, che è stato redatto dopo un largo consenso della comunità professionale sui suoi contenuti, intende costituirsi come un punto di riferimento per facilitare tale risultato.

4. In che cosa è originale questo documento?
La sua originalità sta nella sua struttura, costituita da un’affermazione centrale sostenuta da sei importanti caratteristiche. Le singole caratteristiche (scopo, modo di intervento, dominio, focus, valore di base, impegno alla partnership) non sono esclusive dell’infermieristica. Anche altre professioni possono condividerle. Esse devono, quindi, essere considerate non separatamente ma nella loro combinazione, che costituisce una sorta di sistema concettuale satellitare della definizione. Nel loro insieme, definizione e caratteristiche, danno conto dell’unicità dell’infermieristica e della complessità della sua descrizione, rifuggendo tentazioni interpretative riduzionistiche.
In questo scritto è considerata solo la parte core del documento, la definizione, che già di per sé consente di sviluppare un ragionamento interessante, lasciando al lettore la possibilità di prendere visione delle sei caratteristiche, che sviluppano e dettagliano i contenuti della definizione, direttamente sul documento originale.

5. La definizione: analisi e riflessioni
L’assistenza infermieristica è l’uso del giudizio clinico nell’erogazione delle cure per rendere le persone[9] capaci di migliorare, di mantenere o di recuperare la salute, di affrontare problemi di salute e di realizzare la miglior qualità di vita possibile, quale che sia la loro malattia o disabilità, fino alla morte”[10]. 

Analizziamo tale definizione suddividendola in 5 parti.

5.1 … uso del giudizio clinico …

Il giudizio clinico, frutto del ragionamento clinico, è posto nella definizione come primo elemento definitorio.
Perché?
In antitesi potremmo dire che se l’assistenza infermieristica è una disciplina pratica sarebbe logico definirla innanzitutto come un raggruppamento d’interventi utili. Ma è proprio così? Ovviamente no.
È proprio il concetto di utilità che determina il primato del giudizio clinico, rendendolo il primo “ingrediente” dell’assistenza infermieristica. Infatti, qualcosa è utile se serve ad affrontare problemi e necessità che, però, devono essere preliminarmente compresi e diagnosticati nel quadro di una situazione sanitaria complessa di una persona o di una comunità.
Questo ineludibile passaggio intellettuale è molto impegnativo perché il diagnosticare non può limitarsi al constatare i segnali osservabili che provengono dalla realtà, in quanto i problemi spesso non sono espliciti.
In assenza del ragionamento clinico, quindi, l’assistenza si ridurrebbe a una forma di aiuto non professionale, di buon senso, erogabile da chiunque. Non per nulla in Italia gli infermieri sono considerati professionisti intellettuali[11]. Questo riconoscimento rappresenta un importante aspetto formale, connesso alla regolamentazione professionale; ma non dobbiamo dimenticarci che esso origina dalla natura stessa dell’assistenza infermieristica e dalle competenze diagnostiche, decisionali e valutative necessarie per il suo esercizio.
Il ragionamento clinico, quindi, è consustanziale all’assistenza infermieristica. Senza il primo viene a deprivarsi la natura stessa della seconda.
Altro aspetto.
Il giudizio clinico, nella definizione citata, è considerato in termini molto operativi, espressi dalla locuzione “uso del giudizio clinico”.
Ma per che cosa?
Possiamo ritrovare una prima risposta addirittura in una norma, nel profilo professionale dell’infermiere: per “identificare i bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività”[12].
Ma non basta.
Allargando la prospettiva, l’uso del giudizio clinico serve a comprendere[13] l’evolvere della situazione di salute complessiva dell’assistito, in ragione degli interventi di aiuto effettuati e in relazione alla sua storia, alla sua cultura, alle sue abitudini, al suo progetto di vita.
Usare il giudizio clinico vuol dire, quindi, per l’infermiere, collocarsi in una prospettiva di attenzione, di esplorazione e di scoperta[14]. E, come dice M. F. Collière[15], scoprire significa accettare di non sapere all’inizio, ma osare andare oltre lo sconosciuto di cui è portatrice ogni persona che necessita di cure, la quale, a sua volta, affronta l’ignoto di colui che cura. In questo processo di scoperta non è l’esploratore, l’infermiere, che con il suo sapere determina la direzione; sono le persone assistite che hanno in mano il filo conduttore che serve a guidare l’infermiere. Esse costituiscono la prima fonte di conoscenza non solo per quel che dicono di se stesse ma anche per tutto ciò che lasciano trasparire attraverso il “linguaggio silenzioso” dei gesti, degli sguardi, degli atteggiamenti. Non si tratta mai, quindi, nell’uso del giudizio clinico, di studiare isolatamente l’uno o l’altro aspetto, ma piuttosto di ascoltare e di cogliere i segni e i legami che s’instaurano tra i diversi aspetti, per capire ed esplicitare ciò che le persone tentano di comunicarci, ciò che le preoccupa e ciò che crea loro problema. 

5.2 … nell’erogazione delle cure …
L’uso del giudizio clinico, nella definizione, è collocato in modo subordinato al concetto di ”erogazione delle cure”.
Due riflessioni sul termine “erogazione”.
La prima è che esso evoca un processo e non un’azione puntuale, come, ad esempio, farebbe pensare, invece, la parola prestazione. Ciò mette in risalto il fatto che l’assistenza infermieristica non può essere concepita come semplice somma di atti tra loro scollegati; essa è un armonico fluire di attività, decise, integrate, orientate a un risultato.
La seconda riflessione è riferita al fatto che, allorquando la definizione precisa “nell’erogazione”, intende esprimere, attraverso quel “nel”, che l’uso del ragionamento clinico non è collocabile in un momento definito, che precede o che segue le cure; esso permea costantemente il loro svolgersi. È a loro contestuale. Sta nelle cure.
Il termine cura, a sua volta, ha significati plurimi: diligenza, impegno, insieme di medicamenti e rimedi per il trattamento di una malattia, interessamento sollecito e costante per qualcosa o qualcuno, sollecitudine, premura, attenzione.
In questo contesto facciamo riferimento prevalentemente agli ultimi significati, che possiamo riassumere con la locuzione “prendersi cura”.
In questo senso la cura è un sistema sollecito di azioni di aiuto, scientificamente ed eticamente fondate[16].
Anche la parola “azione” merita una precisazione, tanto più oggi, perché è soggetta a interpretazioni non sempre appropriate o quanto meno molto influenzate dal concetto di “produttività”.
La vita è azione, non produzione. L’azione mette gli uomini in relazione tra loro; non si può dire altrettanto della produzione. L’azione ci riduce il rischio di valutare quel che facciamo solo in base alle qualità tecniche o all’efficacia immediata, tipiche di un fare tecnico.
L’agire, tanto più in campo professionale, consiste dunque non in un semplice fare, ma più propriamente in un “dar senso” a quel che si fa e nel trasformare una realtà. L’essere agenti ci fa transitare dal concetto di “operatore” a quello di “autore”, suggestivamente suggerito da Ivan Cavicchi[17].
E allora possiamo domandarci come infermieri se quel che abitualmente facciamo è un agire o non piuttosto un semplice “mettere in esecuzione”, in conformità agli automatismi della vita corrente. Ci è dato spesso constatare, purtroppo, che ciò che facciamo lo facciamo semplicemente perché ”si fa” o, più spesso, perché si “deve fare”.
L’assistenza infermieristica, nella sua interpretazione autentica, si fonda sull’agire e non solo sul fare o sull’eseguire.
Dall’agire promana l’essenza del concetto di responsabilità[18] che significa innanzitutto, etimologicamente, fornire una risposta di cui ci si fa garanti. E la risposta persegue un risultato utile per l’assistito, nella misura in cui, come è stato detto poc’anzi, siamo stati attenti e lo abbiamo “ascoltato” nelle sue esigenze[19].
Esigenze, risposte, risultati: ecco la triade dell’agire che esonda dai confini del fare e che rende l’infermiere credibile e accountable.
Ma l’accountability, termine difficilmente traducibile in italiano, non riguarda solo il singolo infermiere; riguarda la “responsabilità sociale” di una professione nel suo insieme, cioè al dovere che essa ha, per essere legittimata socialmente, di rispondere delle proprie scelte culturali e sociali e dell’impatto che queste hanno sulla salute della società. La tipologia e la qualità dell’erogazione delle cure, quindi, non è lasciata solo alla discrezionalità del singolo professionista; è anche una responsabilità e un’opzione del sistema professionale a cui egli appartiene. 

5.3 … per rendere le persone capaci di …
Questa parte di definizione costituisce “l’anima” della stessa.
Se facciamo riferimento al termine inglese originario utilizzato nel testo (to enable), scaturiscono una serie di significati quali: “rendere abile”, “diventare in grado di” ma anche di “dare autorità”, “dare opportunità di” che evocano un atteggiamento ispirato al potenziamento del potere personale dell’assistito verso la sua autonomia; aspetto che, in altri termini, viene definito empowerment.
La parola, di difficile traduzione nella lingua italiana, veicola un duplice significato: sia quello di processo operativo che conduce a un certo risultato, sia quello di risultato stesso, cioè lo stato “empowered” del soggetto, in crescita costante, progressiva e consapevole delle sue potenzialità, delle capacità di decidere, di agire, di assumere responsabilità nell’affrontare la realtà che lo circonda, della percezione di autostima e di autoefficacia.
I problemi di salute rappresentano un limite, più o meno elevato a seconda dei casi, all’autonomia della persona, incidendo sulla sua stabilità clinica, sulla sua responsività e sulla sua indipendenza. L’assistenza infermieristica parte proprio dalla valutazione del livello di complessità di questa condizione e persegue la restituzione alla persona, per quanto possibile, di capacità di presa di decisioni e di realizzazione di azioni che riguardano la salute all’interno del proprio progetto di vita. In altri termini, l’assistenza infermieristica accompagna la persona nella riconquista del massimo livello possibile della capacità di vivere autonomamente la propria vita quotidiana, attraversando la malattia. Ecco il significato di “far crescere”, di “educare” trasmesso dall’etimologia, prima citata, del termine nursing.
A questo proposito, è suggestivo che il titolo del testo principale di M. F. Collière, già precedentemente citato, sia proprio: “Aiutare a vivere”.

5.4 … migliorare, mantenere o recuperare la salute, affrontare problemi di salute …
È da sottolineare, innanzitutto, come la definizione esalti, attraverso l’uso dei verbi migliorare, mantenere, la posizione centrale e attiva del soggetto assistito, in ragione della quale si giustifica la funzione di sostegno dell’infermiere e il concetto, spesso poco declinato, di personalizzazione dell’assistenza.
Questa parte della definizione precisa due aspetti.
Il primo è il dominio[20] dell’assistenza infermieristica: le reazioni (fisiologiche, psicologiche, sociali, culturali o spirituali) e le esperienze uniche delle persone nei confronti della salute, della malattia, della fragilità e della disabilità.
Il secondo è lo scopo dell’assistenza infermieristica: promuovere la salute, la guarigione, la crescita e lo sviluppo e prevenire la malattia, il danno e l’incapacità e, quando le persone si ammalano o diventano disabili, minimizzare la loro angoscia, la loro sofferenza e consentire loro di capire e affrontare la loro malattia, l’incapacità, il trattamento e le relative conseguenze. 

5.5 … e di realizzare la miglior qualità di vita possibile, quale che sia la malattia o la disabilità, fino alla morte
È difficile ragionare sulla qualità di vita senza ragionare sulla persona, perché “la persona è la sua vita”, costituita non soltanto da realtà biologica, chimica e fisica, ma anche da razionalità, autocoscienza, autodeterminazione; non soltanto da corporeità, ma anche da sentimento ed emozione, socialità, spiritualità. Ed è l’originale e unica “combinazione alchemica” di questi aspetti che determina la “sua” qualità di vita. Per questo il concetto è difficilmente riconducibile a standard prefissati e va accolto in tutta la sua ricchezza e complessità antropologica.
E allora? Che cosa ne consegue per l’assistenza infermieristica?
Ricollegandoci al concetto di empowerment prima citato, essa può accompagnare e sostenere la persona nel ritrovare, dentro e fuori di sé, le condizioni necessarie per dare nuovo senso a situazioni esistenziali mutate dalla malattia o dalla disabilità, nella propria prospettiva individuale e all’interno di un sistema di valori di riferimento che, tra l’altro, costituisce il criterio essenziale per valutare limiti e possibilità dell’intervento infermieristico.
Fino alla morte, certo.
Torna alla mente il famoso passaggio della definizione di Virginia Henderson allorché afferma, tra le funzioni dell’infermiera, quella di aiutare l’individuo a vivere una morte serena. In questa parola “serena” è racchiusa l’essenza della qualità del morire.
Il morire è comunque un atto della vita perché “morte” non è contrario di “vita”. Essa concettualmente è, sul continuum della vita, l’altro polo della nascita.
La morte riguarda tutti e non guarda in faccia a nessuno. Ma ciascuno guarda in faccia la morte, a suo modo.
Si può dire che vi sono infiniti modi di morire, almeno quanti sono gli uomini. Perché ciascuno si atteggerà dinanzi all’atto finale della propria vita, così com’è e com’è stato, con la sua storia, la sua cultura, la sua religione.
Ognuno si avvicinerà alla morte a modo suo. Ma è importante per chi è chiamato ad accompagnare la persona nel suo ultimo viaggio, comprendere che cosa può significare per lei la parola “fine”, quali mondi futuri s’attende di incontrare, quali angosce, quali paure vive, da quali riferimenti spera di lasciarsi illuminare. Tutto questo per percorrere serenamente insieme, senza pregiudizi o letture distorte, l’ultimo pezzo di strada, sino a quella soglia che, comunque vada, quella persona varcherà drammaticamente sola. 

6. Una riflessione finale
La definizione di assistenza infermieristica del documento analizzato si presta a numerosi approfondimenti, studi e ricerche.
Essa rappresenta un modo per qualificare la professione infermieristica come “professione di servizio”[21]. Nei servizi ciò che si produce è immateriale, invisibile, quindi, non riconducibile, in termini reificanti[22], alle prestazioni o agli strumenti. Un servizio si colloca, invece, nel quadro estremamente variabile delle relazioni tra un erogatore e un fruitore, e si produce contestualmente al suo consumo. La sua qualità, quindi, è intrinseca all’attività che lo realizza.
Nel quotidiano questa logica di servizio colloca l’infermiere su due dimensioni interagenti: quella orizzontale, pragmaticamente circostanziata, quando egli sceglie e realizza ciò che serve per ogni persona assistita. Quella verticale, più concettuale, quando nel decidere ciò che serve egli fa riferimento alla prefigurazione mentale che si è costruito di ciò che serve. In altre parole l’infermiere decide e agisce con la singola persona assistita a partire da ciò che lui, come membro di una comunità professionale, pensa sia l’assistenza infermieristica.
E in questo la definizione considerata nel documento, e non solo, dovrebbe diventare patrimonio culturale di riferimento per tutta la comunità professionale evitando, come ricordato all’inizio, ambiguità e individualismi interpretativi.
Ma questo non è sufficiente.
Perché l’assistenza infermieristica, così descritta e possibilmente interpretata nella realtà, non può basarsi solo sulla volontà e sulla competenza dei singoli infermieri o sull’avere le idee chiare. Richiede scelte politico-organizzative e investimento di tempo e di energia. Ciò interroga prepotentemente la cultura organizzativa.
Per “dare tempo” all’assistenza infermieristica è necessario che l’organizzazione lo consenta, ponendosi al suo servizio e non viceversa.
Per “dare energia” all’assistenza infermieristica è necessario prendersi cura di chi si prende cura. Non si può chiedere agli infermieri di essere autori di cure di qualità, così come il documento descrive, se si sottovaluta la fatica e la pressione emozionale a cui sono sottoposti o se sono “strumentalizzati” allorché, ad esempio, la loro pratica si riduce all’esecuzione ripetitiva di atti.
Allora, si deve intervenire, ai vari livelli, nel riprendere la rotta del prendersi cura, investendo tempo ed energia su chi si prende cura, ravvivando un circolo virtuoso condito da immaginatività, creatività, audacia per ripensare strategicamente la pratica e la cultura organizzativa in cui essa si sviluppa, per renderle più coerenti con la natura profonda e autentica dell’assistenza infermieristica.

In sintesi
Dire nursing equivale a dire, in italiano, assistenza infermieristica: solo questo binomio inscindibile dà conto della specificità e dello spessore filosofico e scientifico del concetto.

Il giudizio clinico è consustanziale all’assistenza infermieristica: l’assenza del primo depriva la natura stessa della seconda, limitandola a una forma di aiuto aspecifico erogabile da chiunque.

Usare il giudizio clinico vuol dire per l’infermiere collocarsi in una prospettiva di scoperta di ciò che le persone esprimono in merito a ciò che le preoccupa e che crea loro problema; vuol dire altresì comprendere l’evolvere della situazione di salute dell’assistito in rapporto al suo progetto di vita.

L’assistenza infermieristica non è solo fare o eseguire: è decidere e agire, in modo scientificamente ed eticamente fondato, per un risultato.

Dall’agire promana l’essenza della responsabilità dell’assistenza infermieristica: fornire, alla persona assistita, una risposta utile di cui l’infermiere è autore e garante.

L’assistenza infermieristica persegue il potenziamento del potere personale dell’assistito (empowerment) nel dare nuovo senso a situazioni esistenziali mutate, nel migliorare l’autonomia del suo vivere, nell’affrontare con serenità il suo morire.

L’infermiere appartiene a una professione di servizio: egli decide e agisce con la singola persona assistita a partire da ciò che lui, come membro di una comunità professionale, pensa sia l’assistenza infermieristica.

La concezione di assistenza infermieristica è un patrimonio collettivo di una professione che, per essere legittimata socialmente, ha il dovere di rispondere delle proprie scelte culturali e sociali e dell’impatto che queste hanno sulla salute della società (accountability).

L’assistenza infermieristica richiede investimento di tempo e di energia: è necessario, quindi, un ripensamento della cultura organizzativa che dovrebbe porre l’organizzazione a servizio dell’assistenza e prendersi cura di chi si prende cura.

  


[1] Scaricabile integralmente dal sito: http://www.rcn.org.uk/__data/assets/pdf_file/0008/78569/001998.pdf.
[2] Guy Le Boterf, Costruire le competenze individuali e collettive, Alfredo Guida Editore, Napoli, 2008, p. 11.
[3] Virginia Henderson, Che cos'è il nursing?: una definizione e le sue implicazioni per la prassi, la ricerca e la formazione infermieristica, trad. a cura di Vera Maillart e Maria Rosa Marchi, Firenze, Regione Toscana. Dipartimento Sicurezza Sociale, 1978.
[4] Il termine è usato nel significato di forza che dirige, di energia che spinge verso una meta.
[5] Guy Le Boterf, op cit., p. 129.
[6] Consociazione nazionale infermieri e altri operatori sanitario-sociali.
[7] Consociazione nazionale associazioni infermiere/i.
[8] http://www.cnai.info/images/stories/cnai/congressi/1972.pdf.
[9] Il termine “persone” include individui di tutte le età, famiglie e comunità, in tutto il loro arco di vita.
[10] Si riporta la definizione in lingua originale: “ Nursing is the use of clinical judgement in the provision of care to enable people to improve, maintain, or recover health, to cope with health problems, and to achieve the best possible quality of life, whatever their disease or disability, until death”.
[11] Ai sensi dell’art. 2229 del codice civile che afferma al comma 1: “La legge determina le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi”.
[12] Dm 739/94, art. 1 comma 3, punto b).
[13] Comprendere etimologicamente vuol dire propriamente “prendere insieme”; per traslato: “intendere appieno”, “afferrare con l’intelletto”.
[14] Scoprire etimologicamente vuol dire propriamente “rimuovere ciò che nasconde”; per traslato: “trovare ciò che prima non si vedeva”.
[15] M. F. Collière, Aiutare a vivere, Sorbona. Milano, 1992.
[16] Il documento precisa che l’assistenza infermieristica è un processo intellettuale, fisico, emotivo e morale che include l'identificazione dei bisogni infermieristici; gli interventi terapeutici e la cura personale; le informazioni, l'educazione, il consiglio e la difesa; il supporto fisico, emotivo, spirituale. E che, oltre alla cura diretta al paziente, la pratica infermieristica, include la gestione, l'insegnamento, la politica e lo sviluppo di conoscenze.
[17] Docente di Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina all'Università Tor Vergata di Roma.
[18] Responsabilità etimologicamente deriva dal latino rispondere, rispondere.
[19] È curioso come il vocabolo “vocazione”, ormai desueto e qualche volta osteggiato, letteralmente significhi risposta a una chiamata, a una voce. E una voce ascoltata è sempre di un altro.
[20] Oggetto di conoscenza specifico di una disciplina.
[21] Servizio = essere utile.
[22] Da res = cosa, cioè “rendere cosa”.

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