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ESPERIENZE

Assistiti e consenso informato in ambito chirurgico

di Marina Vanzetta

Infermiere, Coordinatore Otorinolaringoiatra, Ospedale S. Cuore di Negrar, Verona

marina22@libero.it

Sia nell’infermieristica che in altri ambiti clinico-professionali, il principio portante che guida le cure alla persona è il riconoscimento della sua autonomia e per aiutarla ad essere autonoma l’informazione risulta basilare. L’informazione, un tempo intesa come esclusivamente medica, oggi va considerata come clinica, ovvero comune a molte professioni, integrata e centrata sui percorsi clinico-assistenziali, anziché sulla singola prestazione (D’Addio et al., 2010). Ogni professione sanitaria ha un proprio ambito di informazione verso la persona, con contenuti propri e specifici (Rodriguez, Aprile, 2004): la diagnosi infermieristica, le prescrizioni relative alle attività di vita a seguito dell’insorgere di una specifica patologia, l’orientamento della persona a pratiche di salute positive sono parte irrinunciabile delle informazioni cliniche necessarie all’assistito.
Di consenso informato (c.i.) ormai si parla comunemente: è citato da molti documenti, è una pratica diffusa in diverse realtà, è oggetto di alcune procedure aziendali. Molto spesso, per differenti ragioni, ne viene enfatizzato l’aspetto legale e messo in secondo piano il valore deontologico.
Nel nostro servizio di Orl si è voluta analizzare l’opinione delle persone assistite relativamente ad alcuni aspetti del c.i.: valore attribuito, comprensibilità delle schede informative, necessità della presenza dell’infermiere per l’esplicitazione del percorso assistenziale.

Cosa ne pensano gli operandi
Tra gennaio e marzo 2010 sono stati interpellati, tramite un questionario anonimo, tutti i pazienti della degenza e del day hospital, per esplorare la loro opinione relativamente al c.i. Nel nostro servizio, i moduli di consenso (all’anestesia e all’intervento chirurgico) vengono consegnati al paziente prima del colloquio con i relativi medici, mentre l’adesione del paziente al trattamento proposto viene acquisita separatamente da ciascun professionista. Attualmente l’infermiere non partecipa all’acquisizione del consenso esplicitando il percorso assistenziale: si limita a consegnare i moduli al paziente prima e a controllarne la presenza in cartella clinica dopo.
Il linguaggio (chiarezza, semplicità, comprensibilità) dei moduli è stato considerato buono dal 65% dei nostri pazienti, sebbene il 39% abbia avuto bisogno di ulteriori chiarimenti sui contenuti dei moduli durante il colloquio con il chirurgo e con l’anestesista; il 59% (99) non ha ritenuto necessario approfondire ulteriormente i contenuti. Il 33% ritiene il c.i. una forma di tutela dell’assistito, altri (33%) lo interpretano come una forma di partecipazione e scelta del suo percorso clinico-assistenziale. Il 19% lo considera una forma di tutela del sanitario, il 10% sia una forma di tutela del sanitario che dell’assistito.
L’infermiere dovrebbe partecipare all’acquisizione del c.i. per esplicitare il percorso assistenziale della persona assistita solo per il 32% degli interpellati: una percentuale limitata se si considera che in ambito chirurgico la presa in carico dell’assistito e il suo monitoraggio sono ugualmente basilari rispetto al trattamento chirurgico in sé.

Figura 1 – La partecipazione dell’infermiere all’acquisizione del consenso informato

La maggior parte degli interpellati (79%) afferma di aver letto completamente i moduli di c.i., giudicandone buono il livello di chiarezza, semplicità e comprensibilità del linguaggio (65%) e non ha necessitato di ulteriori approfondimenti e precisazioni da parte del medico (59%).
Questi dati sono da un lato in linea con uno scenario e un clima culturale che vedono e vogliono il cittadino che si approccia ai servizi sempre più e meglio informato, attento a ciò che gli viene prospettato e proposto, capace e portatore di interessi, quindi competente e in diritto di esprimere scelte. Dall’altro, si contrappongono con il pensiero diffuso tra la maggior parte degli operatori dell’unità operativa che ritiene i moduli di consenso eccessivamente lunghi, relativamente semplici nel linguaggio, graficamente poco accattivanti (caratteri piccoli e uniformi, scarso spazio tra un riga e l’altra, pagine troppo fitte) e con la convinzione che per queste motivazioni la maggior parte degli assistiti non li leggano completamente e che alcuni addirittura vi appongano una firma in calce come atto dovuto.
Un’eguale percentuale di persone (33%) reputa il c.i. una forma di tutela dell’assistito e una forma di partecipazione al proprio percorso clinico-assistenziale. Una percentuale contenuta (19%) giudica il c.i. una forma di tutela del sanitario: ciò conferma la deriva legalistica in cui, per molti aspetti, il c.i. è scivolato nei decenni scorsi.
Per quanto riguarda la partecipazione dell’infermiere all’acquisizione del c.i. per esplicitare il percorso assistenziale, i risultati fanno emergere due posizioni opposte: da una parte coloro che la ritengono opportuna (32%) e dall’altra coloro che non la trovano necessaria (26%) perché è il medico che decide il percorso clinico-assistenziale e che poi gestisce l’intervento.
Tra questi due estremi, che comunque esprimono un’opinione precisa e inequivocabile, si colloca una significativa percentuale di persone (39%) che invece non ha un parere certo, di cui una parte (24%) non sa che dire e una parte (15%) non ha mai pensato a questa possibilità. È possibile ipotizzare che chi si esprime in senso favorevole abbia sperimentato la presenza dell’infermiere e considerato l’importanza di poter disporre di un quadro globale del proprio percorso clinico-assistenziale; chi al contrario non è di questo avviso, forse non ha mai vissuto esperienze in tal senso, oppure ha una visione medico-centrica dei percorsi sanitari.
Le ragioni sottese alla mancanza di opinione da parte di alcuni potrebbero essere riconducibili a un’immagine dell’infermiere ancora di sfondo e con un ruolo laterale rispetto a quello del medico o ancora a limitate conoscenze relativamente alle competenze e alle responsabilità dell’infermiere. Ad influenzare queste convinzioni sembrano essere più i vissuti esperienziali, il sistema di valori, le aspettative personali, la conoscenza in senso lato dei diversi professionisti e dei servizi che non altro (es. età, malattia, etc.).

Conclusioni
È senza dubbio necessaria una discussione intorno al c.i. infermieristico. La situazione italiana è infatti caratterizzata da un silenzio sul tema, con riferimento sia a un bilancio generale sulla sua realizzazione, sia allo specifico c.i. infermieristico, oggi sottodimensionato da parte dei professionisti stessi.
A fronte di un’implementazione del c.i. infermieristico ancora scarsa quantitativamente e limitata qualitativamente (Vanzetta, 2010), questa indagine mette in evidenza l’impreparazione dei nostri assistiti sul c.i. infermieristico. Così, mentre in altri Paesi si ha già il superamento dell’approccio monoprofessionale del consenso, a favore di quello multidisciplinare, con un’informazione integrata che supera la frammentazione e duplicazione, in Italia siamo ancora alle prese con un consenso centrato sulla specifica prestazione piuttosto che sul consenso di percorso clinico-assistenziale, come se fosse una questione matematica: 10 prestazioni a cui sottoporre l’assistito, 10 informazioni+consensi.
È il momento quindi di rilanciare e supportare un piano di comunicazione integrata nei sevizi che comprenda una considerazione nuova delle relazioni sanitarie, ripensate in una chiave strategica di responsabilità sociale, d’integrazione, di ascolto e d'interattività.

BIBLIOGRAFIA

- D’Addio L, Vanzetta M, Mochi Sismondi C (2010). Il consenso informato in infermieristica. Milano, McGraw-Hill.
- Rodriguez D, Aprile A (2004). Medicina legale per infermieri. Roma, Carocci Faber.

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