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SCAFFALE

Morire in braccio alle Grazie. La cura giusta nell'ultimo tratto di strada

di Sandro Spinsanti

Editore: Il Pensiero Scientifico Editore, 2017
pagine 169, euro 12,00

Morire in braccio alle Grazie. La cura giusta nell'ultimo tratto di stradaNel suo ultimo libro, Sandro Spinsanti affronta di petto e senza reticenze il delicato tema di quale sia la “cura giusta” (come recita il sottotitolo) alla fine della vita e lo fa accompagnando il lettore in un percorso che si nutre di almeno tre fonti: la riflessione filosofica; l’esperienza “sul campo” maturata in tanti di anni di collaborazione con associazioni e società scientifiche, di formazione e di ascolto di curanti; passi e testi letterari che testimoniano meditazioni profonde sulla fine della vita. Sono forse questi ultimi a costituire la cornice delle riflessioni proposte, grazie alle ricche citazioni presenti nel testo e ai brani riportati in chiusura dei capitoli. Attraverso Céine e Pirandello, Buzzati e Matheson, Crane e Stephen King, l’autore mostra come la letteratura sia una sorgente inesauribile di spunti e chiave di lettura per comprendere il cammino della medicina moderna e contemporanea.

Morire in braccio alle grazie è quindi un testo che si situa nella mole, ormai impressionante, degli scritti che si occupano della possibilità e dei limiti della medicina nell’accompagnare gli esseri umani nell’ultimo tratto di strada. Spinsanti propone di affrontare questi argomenti partendo dai modi in cui si può “pretendere” di morire, dagli aggettivi che sentiamo qualificano una morte auspicabile: bella, buona, dignitosa, accettabile, ecc. Del resto, come sottolinea l’autore, siamo una specie animale capace di interrogarsi sulla fine, sul suo significato e scopo, e capace di “configurarla a nostro piacimento” (pag. 3). E quali sono le opzioni disponibili?

Alcuni modi di concettualizzare la morte sono ormai sedimentati nella riflessione filosofica: la morte come destino e fortuna, in cui l’elemento incontrollabile ed estraneo alla volontà dell’individuo è prevalente; la morte volontaria, che accentua il controllo personale sulla propria fine; la morte in braccio alla medicina, in cui il processo del morire è medicalizzato e tecnologizzato. È quest’ultimo aspetto, sottolinea Spinsanti, che richiama uno sforzo di riflessione ulteriore, perché pone il problema non eludibile della delimitazione della “responsabilità personale”, del paziente così come del curante, nel consentire una morte accettabile, rispettosa dei percorsi individuali e attenta ai bisogni degli ultimi momenti di vita. Questa sfida caratterizza la proposta che l’autore avanza nel libro. Per comprendere meglio quale sia la portata e il contenuto di questa responsabilità personale, è utile guardare alla morte da un altro punto di vista.

Mutare prospettiva, in questo libro, significa avvicinare al sostantivo “morte” una qualificazione che potrebbe sembrare estranea al discorso che sta facendo, ossia l’aggettivo “graziosa”. Spinsanti accosta il tema della morte ai valori simboleggiati dalle tre Grazie, immortalate nella tradizione letteraria e artistica neo-classicista: Eufrosine, che evoca felice equilibrio; Aglaia che richiama la serenità; Talia, che indica l’accrescimento, l’abbondanza. Sotto l’egida delle tre Grazie è possibile individuare le “virtù” (anche se forse Spinsanti non le definisce in questo modo) che permettono di disegnare i percorsi più adeguati dell’ultimo tratto di strada.

Le tre Grazie permettono anche di individuare i percorsi che già la medicina mette a disposizione dei morenti e che talvolta non sono sufficientemente valorizzati nella percezione comune, nelle scelte istituzionali e nell’offerta dei professionisti. È il caso delle cure palliative, o leniterapia, che nella loro corretta definizione e somministrazione dovrebbero essere un insieme di risposte, non solo farmacologiche, complementari e integrative degli interventi più aggressivi che hanno il fine di curare la patologia. Talvolta nella prassi, sono invece sentite come il complesso di cure a cui si transita quando “non c’è più niente da fare”, quando la sconfitta della medicina di fronte alla malattia è assodata, quando la morte ha ormai decretato scacco matto (Spinsanti propone un’immagine efficace: il palliativista ha scalzato il prete nel ruolo di figura da chiamare quando non c’è più niente da fare, pag. 52). E invece le cure palliative devono essere pensate come il luogo dell’assistenza e dell’equilibrio, di un modo non alternativo o conflittuale di prendersi cura del paziente rispetto ad altri tipi di terapie, di un giusto atteggiamento che non nega o rimuove il morire e la morte. Si potrebbe forse dire che Eufrosine è la Grazia che porta con sé le altre due.

Se morire con grazia significa, prima di tutto, morire in un ambiente in cui i curanti mostrano atteggiamenti eticamente “equilibrati”, allora occorre ripensare i limiti delle cure offerte. Qui Spinsanti richiama l’attenzione sul fatto che “fare di più” in medicina non equivale necessariamente a “fare meglio”; anzi, in molti casi la percezione del limite e quindi la rinuncia a certi trattamenti significa prestare una cura migliore ai pazienti. Il tema è complesso e spinoso. Chi decide infatti dove si pongono questi limiti? Spinsanti suggerisce che la scelta non può che essere frutto “di un accurato dialogo tra i professionisti e i malati, per considerare rischi, benefici, indicazioni e controindicazioni per confrontarle con le aspettative e le preferenze della persona che richiede le cure” (pag. 67). Intrecciare questo dialogo ha molte implicazioni. In primo luogo, occorre considerare che le organizzazioni sanitarie che decidono come ripartire le risorse, hanno un impatto sull’individuazione delle cure appropriate; in secondo luogo, la volontà del paziente diviene un elemento centrale e una voce che il medico non può non ascoltare; in terzo luogo, comporta la necessità di non negare la morte e, soprattutto, di non negare la verità al malato.

Con la seconda e la terza implicazione siamo già in braccio a Aglaia, la Grazia della serenità. Rispettare l’“autodeterminazione” dei pazienti, secondo Spinsanti, significa riconoscere la validità delle loro preferenze, anche quando queste contrastino con quelle dei familiari, senza però perseguire alcuna semplificazione: l’empowerment genuino dei pazienti richiede l’abbandono del paternalismo (valorizzando anche le direttive anticipate di trattamento), senza abbracciare un modello unilaterale, in cui la relazione risulta cancellata. Ancora una volta, è solo nel dialogo tra persone che si ritrova l’equilibrio della scelta giusta (Spinsanti parla di “duale sanitario”, ma si potrebbe ugualmente parlare di “plurale”, data la varietà di figure con cui i pazienti interagiscono nel setting sanitario, pag. 107). La “conversazione” (prima che la “comunicazione”) è la chiave di volta perché nella decisione si possano rispecchiare tutti i soggetti coinvolti.

Rispettare l’autodeterminazione significa anche comprendere che la morte può inserirsi a pieno titolo nella narrazione della vita. Qui ci troviamo nella provincia di Talia. Parlare di sé significa anche aprirsi agli altri, in primis a quelli che si è costretti a lasciare con la morte. Parlare di sé può aiutare a migliorare la qualità dell’assistenza, come testimonia la “terapia della dignità” introdotta dallo psichiatra canadese Harvey M. Chochinov (pag. 143). Parlare di sé agli altri consente anche di riportare la morte nell’alveo della spiritualità, per chi crede. Narrare la propria vita nella prospettiva della morte può significare compiere l’ultimo passo verso il compimento e l’auto-realizzazione.

Il cammino indicato da Sandro Spinsanti in questo libro riscopre e promuove il valore delle persone nella loro unicità, per inserirlo in una dimensione dialogica e relazionale. È un percorso che ci ricorda le potenzialità e i limiti che caratterizzano tutti gli esseri umani, a prescindere dal ruolo (curati, curanti, familiari e cari) che sono chiamati a rivestire nell’ultima fase della vita. E nelle intenzioni dell’autore è quello più indicato per dare senso, sostanza ed efficacia all’espressione “morire in braccio alle Grazie”.


Matteo Galletti

Filosofo morale,
Dipartimento di Lettere e Filosofia,
Università degli Studi di Firenze

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