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EDITORIALE

Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche: ora disegniamo il futuro

di Barbara Mangiacavalli

Presidente Federazione nazionale Ordini professioni infermieristiche (Fnopi)

Dal 15 febbraio (entrata in vigore della legge 11 gennaio 2018 n. 3) siamo Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), non più Collegi.

E abbiamo di fronte un quadro del tutto nuovo rispetto alla tipologia dell’assistenza e dei bisogni dei pazienti che dobbiamo tenere ben presente.

Solo pochi anni fa quasi tutto si concentrava sull’acuzie e sull’assistenza ospedaliera. Oggi l’età che avanza è sotto gli occhi di tutti, il nostro paese è uno tra i più longevi e, soprattutto, uno di quelli considerati di più in “buona salute”.

Le patologie croniche sono in aumento e aumenta la non autosufficienza. I bisogni di questo tipo avrebbero necessità di un modello nuovo di assistenza che non c’è.

Secondo l’ Oms l’82-85% dei costi in sanità è assorbito dalla cronicità che rappresenta il vero grande problema dei Paesi industrializzati assieme alla crescita esponenziale della spesa sociale, legata all’invecchiamento della popolazione ma anche all’andamento del mercato del lavoro e ai provvedimenti sui sistemi pensionistici. 

Tutti i cittadini in base ai primi risultati dell’Osservatorio civico Fnopi-Cittadinanzattiva giudicano gli infermieri professionisti che si rivolgono loro con gentilezza e cortesia, sono disponibili all’ascolto, mostrano vicinanza, comprensione e anche emozioni rispetto ai pazienti. I cittadini si sono sentiti sicuri durante l’assistenza infermieristica e gli infermieri hanno anche fornito a pazienti e parenti informazioni chiare e comprensibili.

Ma si lamentano perché gli infermieri sono pochi. Hanno poco tempo da dedicare al contatto con le persone, anche perché spesso occupati in attività che li allontanano dall’assistenza vera e propria.

Tutto questo accade soprattutto in ospedale, mentre sul territorio c’è quasi il vuoto, tanto che i cittadini vorrebbero avere la possibilità di poter scegliere un infermiere di famiglia/comunità come si fa col medico di medicina generale, vorrebbero trovare gli infermieri nella farmacia dei servizi, avere la possibilità di consultarli in determinati casi come il trattamento di ferite e lesioni cutanee e averli disponibili anche nelle scuole, per bambini e ragazzi che ne potrebbero aver bisogno.

Nel futuro della sanità, a fronte dei bisogni di salute della popolazione e in particolare della domanda di cura delle fasce più fragili, gli infermieri sono chiamati quindi ad esercitare un ruolo sempre più incisivo, basato sulla sinergica collaborazione con i medici e gli altri professionisti sanitari, che riconosca le professionalità acquisite e capaci di contribuire ad innalzare la qualità della risposta assistenziale.

La richiesta degli italiani è di potenziare l’offerta di prestazioni infermieristiche sul territorio attraverso i canali del Servizio sanitario e supportare le famiglie nell’acquisto privato, ad esempio tramite i meccanismi della mutualità e assicurativi.

La Federazione ha calcolato da tempo che su circa 16 milioni di persone che soffrono di cronicità o non autosufficienza il bisogno sarebbe di un infermiere ogni 500 pazienti: 30mila professionisti dedicati che eviterebbero un fai-da-te o l’aiuto di caregiver inesperti di cure cliniche che spesso riempie i pronto soccorso.

Questo discorso si affianca all’idea di una libera professione infermieristica che porteremo avanti con forza perché non ha costi, ma solo vantaggi per i cittadini, i professionisti e le aziende e di una libera professione strutturata che senza il cappio di partite Iva strangolanti o di tasse e balzelli debilitanti, consenta ai professionisti che hanno scelto questa strada di percorrerla a testa alta, nella piena legalità e con la piena soddisfazione dei loro assistiti.

Oltre al concetto di libera professione per tutelare al meglio i cittadini, al primo posto c’è un aspetto della professione che riassunto in due parole comprende invece un ventaglio ampissimo di azioni che cercheremo di portare a compimento al più presto e nel migliore dei modi: dignità professionale.

Dobbiamo, anche per questo, creare sinergie con le rappresentanze sindacali, per proporre ii nostro contributo rispetto alla normativa contrattuale affinché venga mantenuto ii decoro e la dignità della professione da un lato, e dall'altro, venga riconosciuto e valorizzato il contributo peculiare, competente e strutturato che gli infermieri a tutti i livelli (clinico-assistenziale, gestionale­ organizzativo, formativo e di ricerca), esercitano quotidianamente, anche per prevenire, appunto, situazioni di sfruttamento retributivo e previdenziale.

Gli obiettivi della Federazione per il triennio appena avviato con il neo eletto Comitato centrale, devono essere tutti chiari a tutti e, se possibile, condivisi.

Anzitutto è necessario che si affermi e si consolidi un percorso culturale sulla nostra identità disciplinare e della nostra capacita di riconoscerci (e quindi esercitare) nelle norme professionali riferite a tutti i livelli (anche in questo caso clinico-assistenziale, gestionale-organizzativo, formativo e di ricerca). Attivando anche una Scuola di politica professionale per preparare la rappresentanza di domani: gli infermieri non possono permettersi più di avere vuoti di rappresentatività o momenti in cui essere ignorati.

Dobbiamo consolidare ii contributo della professione ai tavoli istituzionali: Agenas, Istituto superiore di Sanità, ministeri, Agenzie nazionali e internazionali dove già siamo entrati negli ultimi tre anni, per portare il nostro peculiare punto di vista sul sistema salute nel suo complesso.

Per questo e per avere spalle larghe dobbiamo sostenere le nostre Società scientifiche che devono avere la massima voce in capitolo nell’applicazione della Legge Gelli 24/2017 sulla responsabilità professionale.

Dobbiamo sviluppare posizionamenti politico/professionali su tematiche, quali, ad esempio, lo skill mix change (cioè la modifica della composizione professionale del personale, già attuata in Paesi quali Stati Uniti e Gran Bretagna), i missed care (la misurazione degli esiti anche infermieristici), i Nursing Sensitive Outcomes (NSO), per consolidare innovazioni già attuate con successo in alcune Regioni benchmark.

Soprattutto però, in questo momento, dobbiamo continuare a investire su noi stessi, per presidiare i percorsi normativi ancora migliorabili e aperti: l'infermieristica pediatrica, la libera professione, l'Infermieristica militare, lo sviluppo di competenze.

Occorre delineare un percorso per il riconoscimento dell'infungibilità della specializzazione infermieristica: gli infermieri sono pronti a tutto, ma non per questo qualcuno deve o può sentirsi autorizzato a fare di loro i jolly di un’assistenza che di carenze ne sta davvero dimostrando tante.

Per i nostri “professori” dovremo fare in modo che si attivino percorsi per strutturare il corpo docenti all'interno del sistema universitario (ricercatori, professori associati e ordinari) in maniera adeguata ai numeri della nostra classe di laurea e creare le condizioni per la revisione dei piani di studio e dei percorsi di studio.

Per la nostra preparazione dovremo sostenere lo sviluppo di un sistema di formazione continua (ECM) che offra maggiori garanzie.

Dobbiamo poi assolutamente coinvolgere i giovani professionisti, delineare con loro e per loro percorsi sostenibili di sviluppo professionale, sostenere l'area dell'esercizio libero-professionale con percorsi legislativi innovativi.

Negli ultimi sette anni, a fronte di un significativo aumento dei bisogni di assistenza, le aziende del Servizio sanitario nazionale, dall’ultimo contratto a oggi, che ha coinciso fatalmente con i tagli legati ai piani di rientro, abbiano rinunciato a oltre 12mila infermieri (- 4,3%). Per questo dovremmo riaffermare con forza come nei prossimi 10 anni sarebbe necessario assumere almeno 70mila infermieri (di cui 20mila per recuperare le “perdite” e fare fronte alle esigenze dettate dall’Europa sugli orari di lavoro e 50mila per espandere l’assistenza territoriale.

Da dieci anni nel Ssn ci sono circa due infermieri e mezzo per ogni medico. Non abbiamo quindi cambiato nulla nel modello di cura e assistenza. La circostanza che nei prossimi anni molti professionisti andranno in pensione pone molti problemi, ma apre una grande opportunità di ripensamento su come il Servizio sanitario nazionale debba funzionare.

Siamo una professione che guarda al futuro e chiediamo a tutti gli attori, la politica in primis, una coerente assunzione di responsabilità.

Deve finire la visione dell'infermiere “cuscinetto” tra i bisogni dei pazienti e le esigenze di un'economia che non li considera, ma se ne serve senza valutarne esigenze e prospettive.

Siamo infermieri prima di tutto, e crediamo nella forza della relazione, dell'ascolto, dell'inclusione, dall'autorevolezza che vince sull'autorità. Crediamo in un gruppo allargato, partecipato, che lasci spazio ad autonomie di pensiero e di cultura perché il rispetto della persona parte anche da questo.
 

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