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EDITORIALE

Infermiere, unica soluzione per l'assistenza sul territorio. Avanti con la multiprofessionalità e stop all'autoreferenzialità

di Barbara Mangiacavalli

Presidente Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI)

L’assistenza sul territorio è ormai inderogabile. Se ne sono accorte le Regioni che in mancanza di un intervento dello Stato stanno provvedendo in autonomia con le risorse necessarie a soddisfare i bisogni dei cittadini. Risorse che contano tutte su una figura professionale: l’infermiere.

Se ne sono accorti i massimi istituti di ricerca che testimoniano nelle loro analisi questa necessità in ogni rapporto parli delle cure extraospedaliere.

L’ultima indagine di Italia Longeva ad esempio ha affermato che nei prossimi dieci anni 8 milioni di anziani avranno almeno una malattia cronica grave e  nel 2030, potrebbero arrivare a 4 milioni e mezzo gli ultra 65enni che vivranno da soli, e di questi, 1 milione e 200mila avrà più di 85 anni.

Il potenziamento dell’assistenza domiciliare e della residenzialità fondata sulla rete territoriale di presidi sociosanitari e socioassistenziali, oggi ancora un privilegio per pochi, con forti disomogeneità a livello regionale, non è più procrastinabile anche in funzione di equilibri sociali destinati a scomparire, con la progressiva riduzione di persone giovani all’interno dei nuclei familiari. Se oggi ci sono 35 anziani ogni 100 persone in età lavorativa, nel 2050 ce ne saranno quasi il doppio: 63.

I modelli che l’indagine riporta come soluzione sono molti e di molte Regioni benchmark, ma la sostanza di tutti è che l’intervento dell’Infermiere operante sul territorio, in grado di poter esprimere competenze peculiari, si esplica a più livelli e comprende azioni che si rivolgono alla persona, al nucleo familiare e comunitario per le interconnessioni che si determinano nelle relazioni ed influenze reciproche, il sostegno al care-giver, l’educazione terapeutica, le attività di sostegno al self-management, lo sviluppo del capitale sociale, la costruzione della rete di sostegno, ecc.

Abbiamo visto dai risultati del Rapporto 2018 del Crea Sanità dell’Università di Roma Tor Vergata che le performance dei professionisti si confermano tra i risultati migliori che il Ssn ottiene: sull’indicatore relativo alla quota di persone molto soddisfatte dall’assistenza medica e infermieristica degli ospedali o dei servizi delle Asl è stato espresso un livello di accordo alto o assoluto dal 35,8% dei votanti. Il 100% degli utenti ha espresso un giudizio medio-alto (il più importante direi perché gli assistiti sono il nostro primo e più importante confronto), lo stesso per l’85,7% delle Istituzioni, il 73,7% del management aziendale e l’80% dell’industria medicale. Tra i professionisti il 90,5% ha espresso un giudizio medio-alto.

Ma, cosa più importante, stiamo assistendo all’organizzazione delle Regioni che tengono conto di tutto questo per prepararsi ad assistere i nuovi bisogni dei cittadini.

L’ultimo esempio è l’ufficializzazione in Toscana dell’infermiere di famiglia e di comunità che avrà come caratteristiche la prossimità alla famiglia e alla comunità secondo un criterio geografico di ripartizione del territorio, la proattività che si realizzerà attraverso la conoscenza della rete dei servizi nel proprio territorio orientandone e facilitandone l’accesso alla persona, equità attraverso l’analisi dei determinanti di salute con particolare attenzione anche a quelli  sociali e ovviamente multiprofessionalità.

L'obiettivo è mantenere e migliorare nel tempo, l'equilibrio e lo stato di salute della famiglia, nella comunità, aiutandola a evitare o gestire le minacce alla salute.

L’infermiere di famiglia gestisce i processi infermieristici in ambito familiare e di comunità di riferimento e opera in collaborazione con il medico di medicina generale e il pediatra di libera scelta, il medico di comunità e l'équipe multiprofessionale per aiutare individuo e famiglie a trovare le soluzioni ai loro bisogni di salute e a gestire le malattie croniche e le disabilità.

La Toscana non è la prima, ci sono già esempi nel nostro Paese di Regioni (Lombardia e Piemonte ad esempio) che hanno deliberato ufficialmente – anche dopo periodi di sperimentazioni che hanno dimostrato l’efficacia e il successo dell’iniziativa - l’introduzione nel Servizio sanitario regionale di questa figura, prevedendone non solo ruoli e funzioni, ma anche i percorsi formativi, altre (Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Puglia, Valle d’Aosta) hanno attivato sperimentazioni e altre ancora hanno presentato proposte di legge (Lazio, Sicilia) per istituire la funzione dell’infermiere di famiglia e permettere a noi infermieri di esprimere le nostre competenze verso una continua saturazione e implementazione al massimo delle possibilità.

Altro esempio a cui le Regioni dovrebbero dare presto il via libera a livello nazionale con un accordo Stato-Regioni dopo gli ultimi aggiustamenti è quello dell’ospedale di comunità.

Un modello che deve necessariamente andare nel senso dell’approccio multidisciplinare, multi professionale e interprofessionale, in cui sono assicurate collaborazione e integrazione delle diverse competenze, tenendo in considerazione un peso sempre maggiore delle cronicità e, di conseguenza, la possibile necessità di interventi sanitari a bassa intensità clinica potenzialmente erogabili a domicilio, ma che sono ricoverati in queste strutture in mancanza di idoneità del domicilio e hanno bisogno di assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica continuativa, anche notturna, che non può essere garantita a casa del paziente.

La funzione dell’infermiere case manager dovrà essere garantita nella sua piena autonomia senza nulla togliere alle responsabilità cliniche dei medici ma appropriandosi di ciò che la normativa professionale ci chiede: la responsabilità assistenziale, che ovviamente in determinate strutture rappresenta la componente più evidente ed esigibile dai nostri assistiti in primis.

Un quadro generale quindi che si delinea sempre di più nel senso che da tempo abbiamo indicato come unica soluzione per l’assistenza alla nuova epidemiologia emergente.

Una necessità ormai indifferibile che non può tuttavia essere fermata o rallentata – come purtroppo accade - da posizioni vetero-culturali di chi non ha capito come si è evoluta la figura e la professionalità dell’infermiere sia nel senso delle capacità clinico-assistenziali, sia per quanto riguarda la responsabilità professionale e tenta, facendo ombra alla sua professionalità, di compiere manovre che con l’assistenza non hanno nulla a che fare e soprattutto non sono lo specchio della multiprofessionalità di cui ha bisogno il nostro sistema sanitario nei prossimi anni proprio alla luce di questi dati e che già caratterizza le Regioni più evolute proprio nell’assistenza domiciliare.

E’ necessario fermare ogni tentativo di lasciare le cose così come sono oggi, anche perché è come aprire la strada a ulteriori disuguaglianze che già penalizzano le fasce più fragili dei cittadini. Si vuole far rimanere immutato l'attuale paradigma a svantaggio del cittadino per logiche occupazionali che ormai non si mantengono nemmeno più velate, impedendo lo sviluppo di professioni e di interconnessioni multi professionali di pari livello che possono fare la differenza in questo preoccupante quadro epidemiologico e sociale, invocando posizioni e ruoli inalienabili come fossero un diritto intoccabile, bloccando modelli organizzativi internazionali e nazionali virtuosi con proclami che instillano dubbi su sicurezza e qualità delle cure.

È ora di dire basta a chi si oppone ad una rivoluzione culturale in ambito socio sanitario, dobbiamo tutti collaborare ad un nuovo modello di salute, dobbiamo trovare modelli di dialogo per l'interesse del cittadino, dobbiamo far esplodere e formalizzare il tema delle competenze avanzate maturate e quindi esigibili dai professionisti, ma sia chiaro: chi continua ad opporsi oggi con puro approccio autoreferenziale dovrà assumersi la responsabilità delle conseguenze di questo atteggiamento davanti a tutti i nostri cittadini.

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