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ESPERIENZE

Gli infermieri in missioni umanitarie internazionali: le ripercussioni sul rientro a casa

di Adriana Bodea (1), Marco Bellagamba (2), Loris Salina (3), Lorenza Garrino (4)

(1) Infermiera, Libera professionista - Torino
(2) Psicologo clinico, ASL Città di Torino - Torino
(3) Infermiera, ASL Città di Torino - Torino
(4) Professore Aggregato in Scienze Infermieristiche generali, cliniche e pediatriche, Università degli Studi di Torino - Torino

Corrispondenza: lorenza.garrino@unito.it

Gli infermieri che effettuano missioni umanitarie con Organizzazioni non Governative (ONG) sono spesso inviati in Paesi colpiti da diversi tipi di emergenze o crisi conseguenti a disastri naturali e guerre, in campi profughi dove le persone colpite vivono gli effetti della fame, delle malattie e della povertà estrema.
Gli operatori umanitari in missione si trovano così ad affrontare sfide fisiche ed emotive ed accumulano un intenso stato di stress interiore. In questi contesti ed in queste condizioni è richiesta all’infermiere una completa e autonoma gestione dell'assistenza alla persona, spesso in condizioni critiche.

Svolgere missioni in zone ad alto rischio di povertà, guerra e fame è molto gratificante a livello personale e professionale. Viteritti (2014) descrive gli operatori sanitari in missione come “angeli senza frontiere”, in quanto lavorano in ambienti dove il rischio della vita è costante, dove i mezzi sono precari e la lotta è continua. Dedicano la loro vita a una missione che non ha confini territoriali per amore verso il prossimo e per la passione verso la propria professione. Sono in azione giorno e notte per salvare vite umane. Operare in ambienti colpiti da epidemie, da guerre, da catastrofi, rappresenta una scelta di vita davvero radicale, perché prima di tutto viene il prossimo e poi sé stessi.

Le organizzazioni che operano sul posto effettuano formazione agli infermieri sulle abitudini e sulle culture locali per favorire un’assistenza alla persona rispettosa delle tradizioni etniche. L’obiettivo è lo sviluppo della competenza culturale (Settino, 2013) che si fonda su elementi di decodifica dei simboli, delle pratiche e delle norme legate ad una specifica società, che consentono di fornire cure culturalmente appropriate e competenti (Bressan, Stevanin, 2014). Per una minoranza di operatori sanitari il lavoro in missione può rappresentare una occupazione lavorativa, sostenuta quindi non unicamente da ideali filantropici ed umanitari.

La partecipazione a missioni umanitarie determina nei soggetti cambiamenti profondi dal punto di vista professionale ed umano. Alcuni autori (Selby et al., 2009a, 2009b, 2009c), analizzano il cambiamento di personalità degli operatori umanitari al rientro a casa dalle missioni. I risultati evidenziano che i partecipanti hanno sperimentato perdite multiple simultanee, con manifestazioni quali depressione e ansia. Dalle loro ricerche emerge come alcuni operatori presentino capacità di resilienza con comportamenti caratterizzati da flessibilità, dalla capacità di ridimensionare la gravità di alcuni fatti, da autodeterminazione e da una buona salute mentale. Per contro altri operatori manifestano differenti condizioni di fragilità: crisi di identità a livello personale, relazionale e di adattamento sono risultate frequenti in operatori con particolari condizioni di fragilità.

Da questi dati della letteratura ha preso avvio la presente indagine, al fine di esplorare le esperienze degli infermieri italiani in missioni umanitarie internazionali a contatto con malattie, guerra e povertà.

L’infermiere nelle missioni umanitarie
Nelle missioni umanitarie l'assegnazione degli infermieri a uno o più reparti in relazione all’intensità delle cure è valutata in base alle specifiche competenze e alle esperienze professionali già acquisite. Il carico di lavoro e la turnazione degli infermieri internazionali sono variabili in funzione delle esigenze e dell'assetto organizzativo dell'ospedale; è previsto un giorno di riposo settimanale. L'assistenza va comunque garantita tutti i giorni della settimana, 24 ore su 24 per le emergenze/urgenze in Pronto Soccorso, in terapia intensiva o altri servizi. Al di là della programmazione dei turni, l’infermiere, per contratto con l’ONG, è disponibile 24 ore su 24.

L'infermiere in missione si occupa dell'organizzazione del lavoro dello staff locale, per la sua area di competenza, in accordo con il Coordinatore Medico del progetto. Inoltre supervisiona, istruisce e affianca i colleghi dello staff nazionale, nella cura e nell'assistenza ai pazienti adulti e pediatrici degenti in un servizio o in Pronto Soccorso; collabora con i colleghi e con il personale medico e tecnico, sia internazionale sia locale, per la più corretta gestione delle attività assistenziali e terapeutiche.

L'infermiere quindi ha sempre come figura di riferimento il Coordinatore Medico del progetto, che ha la responsabilità organizzativa e gestionale. I principali interventi e responsabilità dell'infermiere in missione sono:

  • gestione del triage infermieristico di Pronto soccorso, in collaborazione con il personale locale
  • assistenza ai pazienti critici su indicazioni del team leader responsabile del protocollo in caso di maxi emergenza (Mass Casualty Plan)
  • assistenza al paziente chirurgico, anche politraumatizzato, in fase pre e post-operatoria
  • assistenza in Terapia Intensiva o sub-intensiva ai pazienti in condizioni critiche
  • applicazione e supervisione dei protocolli infermieristici, inclusi quelli di igiene o sterilità
  • compilazione della documentazione clinica dei pazienti ricoverati per quanto di pertinenza infermieristica
  • ricerca clinica e raccolta della casistica in accordo con i programmi scientifici del settore specialistico della Medical Division.


Ad un infermiere possono essere affidate altre prestazioni specifiche identificate con il Coordinatore Medico, sulla base delle esigenze del Centro: per esempio il controllo sul rispetto dei protocolli d’igiene nei locali di servizio dell'ospedale, oppure la gestione della farmacia e degli ordini di consumabili, approvvigionamento di materiale sanitario. Le attività cliniche e di assistenza al paziente si svolgono sempre in affiancamento e collaborazione con il personale locale, che beneficia così di un programma di formazione sul campo. Sono inoltre previste attività didattiche più specifiche, gestite dagli specialisti internazionali, variabili in accordo con le esigenze di ogni singolo ospedale.

Si segnala un frequente ricambio dello staff nazionale: ne consegue un particolare rilievo da dare nel corso della missione al training di questo personale. Ne consegue che è molto importante garantire la continuità del personale internazionale, in modo da consolidare la formazione e l’addestramento.

Definito questo quadro sulla base della letteratura disponibile, abbiamo individuato l’opportunità di indagare le esperienze vissute e le ripercussioni al rientro a casa di infermieri che hanno effettuato missioni a livello internazionale, in Paesi che necessitano di aiuto umanitario.

Il rientro a casa dalle missioni umanitarie
Sono stati individuati alcuni infermieri che hanno partecipato a missioni umanitarie che hanno comportato contatto con malattie, guerra e povertà. Sono stati selezionati coloro che avevano almeno 3 anni di esperienza lavorativa e che avevano effettuato una o più missioni dal 2012 al 2016. La partecipazione è stata volontaria e gli infermieri sono stati contattati ed informati sia attraverso la posta elettronica, sia personalmente, circa le modalità di conduzione dell’indagine studio e sul rispetto della privacy.

È stata effettuata una intervista di tipo narrativo per facilitare il racconto degli infermieri, in modo che si sentissero liberi di esprimere le proprie esperienze. L’approccio narrativo, attraverso la ricostruzione delle vicende dei partecipanti e dell’intero contesto, obbliga a ricomporre, a integrare in modo critico le esperienze vissute (Garrino 2010, 2012). Come osservano vari autori, tra cui Bruner, il pensiero narrativo si occupa delle intenzioni e delle azioni umane, delle vicissitudini e delle conseguenze che segnano il suo trascorso, consentendo una comprensione più diretta ed immediata dell’esperienza quotidiana degli individui.

È stato inviato, attraverso la posta elettronica, il modulo per la narrazione, strutturato allo stesso modo per tutti. I partecipanti hanno potuto in tal modo prendersi tutto il tempo necessario per raccontare che emozioni hanno suscitato in loro le esperienze a contatto con la guerra, la fame e la povertà.

Per l’analisi dei dati è stato utilizzato un approccio fenomenologico, con lo scopo di esplorare le esperienze di coloro che le hanno vissute intensamente (Streubert, Speziale, Carpenter, 2005).
I dati sono stati analizzati seguendo il metodo Giorgi per l’analisi dei dati qualitativi (De Castro, 2003; Giorgi, 2005).
Le narrazioni sono state lette più volte, da due ricercatori indipendenti e da un esperto di ricerca qualitativa, esercitando il bracketing durante tutte le fasi, fino al raggiungimento del senso del tutto a proposito del fenomeno studiato. Le categorie identificate derivano direttamente dalle descrizioni dei partecipanti. I temi emersi sono stati posti in relazione gli uni con gli altri e con il senso del tutto. Per ciascuna area sono state riportate nei risultati una selezione delle frasi più significative per consentire al lettore una maggiore immersione nei dati. L’anonimato è stato garantito durante l’elaborazione e la presentazione dei dati: a tale fine i partecipanti allo studio sono stati codificati con un numero ed è stato specificato il loro grado di parentela rispetto alla persona assistita e il momento in cui è stata raccolta la testimonianza offerta, se alla dimissione o dopo il rientro a domicilio, in modo da offrire al lettore una maggiore comprensione delle dinamiche relazionali riportate.

Risultati
Tra gli infermieri contattati, 6 hanno raccontato la propria esperienza di missione, di cui 2 donne e 4 uomini. Due sono infermieri formatori che svolgono anche funzione di docenza presso un CdL in Infermieristica, uno è un infermiere Sottufficiale dell’Esercito, gli altri sono un coordinatore e due infermieri che operano in contesti clinici. L’ultima missione per ognuno di loro si colloca tra il 2012 e il 2017.

Dall’analisi dei dati sono emersi quattro temi e undici categorie essenziali. I principali temi sono: la sensibilità agli sprechi, il cambiamento di valori, il bisogno di tornare in missione, una forte crisi emotiva (Tabella 1).

Tabella 1 - Temi e categorie emersi nell’analisi

Temi

Categorie essenziali

1

Sensibilità agli sprechi

Senso di disadattamento e non appartenenza

Riordinare le priorità dei bisogni quotidiani

Senso di impotenza e di non poter dare abbastanza

2

Cambiamento di valori

Desiderio di eguaglianza dei diritti umani

Apprezzamento dei valori civili

Crescita dei valori professionali

3

Bisogno di tornare in missione

Senso di realizzazione ed arricchimento

Isolamento come impossibilità di essere capiti

4

Forte crisi emotiva

Cambiamento a livello intrapsichico

Riservatezza relazionale a livello famigliare e sociale

Cambiamenti a livello professionale


Sensibilità agli sprechi

Dopo il rientro a casa, emerge dai racconti una reazione comune di fronte alla discrepanza esistente tra il benessere dei Paesi occidentali in cui viviamo e la ristrettezza delle risorse dei contesti in cui si è operato in missione.
Senso di disadattamento e non appartenenza. Gli infermieri intervistati raccontano di aver provato un forte senso di disadattamento al rientro a casa. Questo a causa della differenza economica che esiste fra i Paesi in cui c’è tanta povertà, guerra, fame e i Paesi che vivono in uno stato di benessere economico. Questa emozione è subentrata in un partecipante dopo una esperienza di sei mesi in un Paese in cui si è visto solo guerra, povertà assoluta, fame e malattia.

Narrazione 4: “Il disadattamento, un forte senso di non appartenere a tutto ciò di cui facevo parte prima della missione. Sono poche le persone con cui, appena rientrato, ho instaurato un rapporto di empatia visto che non avevano idea di quello che provavo e di quello che avevo visto per questi sei mesi, in alcuni momenti mi sentivo solo”.

Gli infermieri che hanno effettuato missioni umanitarie sono diventati più ottimisti di fronte ai problemi relativi della vita di tutti i giorni e più sensibili davanti al bisogno di aiuto. Apprezzano di più le cose materiali che possedevano prima da andare in missione e dedicano più tempo all’ascolto delle persone.
Alcuni infermieri si sono dichiarati consapevoli della loro reazione attesa e verificatasi: tornando a vivere nella propria realtà, la sensibilità agli sprechi e il forte desiderio di aiutare il prossimo sono diminuiti gradualmente.

Narrazione 5: “Non nascondo però che ben presto il vortice della routine, spesso, ti risucchia, facendoti commettere gli stessi errori di prima della partenza”.

Riordinare le priorità nei bisogni quotidiani. Dopo l’esperienza vissuta in missione, a contatto con persone in grave stato di indigenza che lottano quotidianamente per la propria sopravvivenza, gli infermieri intervistati affermano di aver imparato a dare più importanza ai sentimenti propri e quelli altrui. Amano sé stessi e gli altri nel modo più autentico. Apprezzano di più il contatto con le persone a loro care e riescono a dedicare la giusta attenzione al dialogo con loro. Sentono un forte desiderio di riordinare le priorità della vita.

Narrazione 1: “Dopo aver vissuto la malattia e la scomparsa di mio padre, pensavo di aver correttamente ridistribuito le priorità nella mia vita. Ho imparato a non essere schiava del futile e del superfluo, schiavitù che guardata con gli occhi di oggi mi mette solo tristezza. Il Salam mi ha insegnato ad amarmi così, semplicemente, e ad amare in modo più autentico chi mi circonda.
Il Salam e le persone che vi ho conosciuto mi hanno regalato tutto ciò e molto altro ancora in una spettacolare quanto difficile lezione magistrale. Sono rientrata a casa ricca, ricchissima”.

Narrazione 4: “Al ritorno dall’Afghanistan, nel 2007, ho appurato che ero cambiato nei modi di fare e di essere, vedevo il mondo da una prospettiva diversa, ai miei occhi tutto ciò che vedevo attorno a me era superfluo. Le stesse emozioni che ho provato anche dopo la missione in Sudan nel 2012. Ero una persona diversa, con più attenzione ai dispendi materiali e alla relazione con le persone”.

Senso di impotenza e di non poter dare abbastanza. I partecipanti manifestano una sofferenza per non poter aiutare di più, per non riuscire ad assicurare supporto necessario al miglioramento della sopravvivenza delle popolazioni in stato di bisogno. Anche il contatto con gli affetti personali al rientro non concorre a stemperare questo intenso vissuto.

Narrazione 2: “Rabbia, dolore, frustrazione e senso di impotenza: sono questi i sentimenti che provo al rientro di ogni missione e il piacere di riabbracciare gli affetti non è sufficiente a sanare queste emozioni”.

Dopo un periodo intenso di missione gli infermieri avvertono un senso di vuoto e stanchezza fisica: nonostante gli sforzi e l’impegno profuso, avrebbero voluto aiutare di più le persone bisognose di cure.

Narrazione 6: “Dopo un anno di Sud Sudan mi sono sentita svuotata, (ho donato 7 volte il sangue in un anno di permanenza), stanca dimagrita, non stressata, stanca. Aver cercato di dar tutto e quel tutto non era mai abbastanza”.

Cambiamento di valori
I partecipanti al rientro a casa apprezzano maggiormente i rapporti umani con le persone, con una maggiore attenzione alla sfera emotiva e relazionale. Vivono come importante il miglioramento delle condizioni di vita in un più ampio contesto umanitario.

Desiderio di eguaglianza dei diritti umani. Gli intervistati esprimono il desiderio di rendere possibile un miglioramento della qualità di vita delle persone che vivono nei Paesi dove esiste la fame, la guerra, le malattie e la povertà assoluta.

Narrazione 1:Da anni desidero lo stesso “mondo che vorrei” di cui parlava Gino qualche settimana fa, profondamente convinta che poiché la terra è tonda, poiché poggiamo tutti i piedi sulla stessa terra, tutti abbiamo gli stessi diritti, ovvi, banali, diritti di uomini. Pensavo di aver acquisito la giusta dose di sensibilità al mondo che mi circondava (persone, emozioni, eventi…). Ho sempre pensato di essere fortunata, sì, ma principale artefice della mia fortuna. Presuntuosa”.

Apprezzamento dei valori civili. In alcuni infermieri la partecipazione a missioni umanitarie ha risvegliato l’apprezzamento di qualsiasi forma di vita, qualsiasi gesto di cortesia e di essere contenti delle piccole sorprese che offre la vita.

Narrazione 1: “Provo vergogna per la presunzione di qualche mese fa e spesso mi ripeto quanto fossi sciocca a non guardare ed apprezzare il mondo da questa nuova prospettiva, sciocca a non godere appieno di tutto quello che avevo davanti al naso”.

Al rientro a casa gli infermieri tendono a frequentare persone che hanno fatto la stessa esperienza di missione, che possono capire a fondo quali sono le emozioni provate in questi casi. Riscoprono una maggiore attenzione alle cose semplici della vita di tutti i giorni e sono maggiormente portati a comprendere le problematiche di chiunque incontrino. Chi ha fatto questo tipo di esperienza racconta che è diventato più generoso verso il prossimo, addirittura qualcuno racconta che si è sentito nudo, come se gli avessero tolto anche la pelle.
Un partecipante, dopo una missione a Salam, località del Sudan, esprime le sue emozioni.

Narrazione 1: “La mia sensibilità al mondo esterno non è più la stessa. Il Salam mi ha messa a nudo, di più, carne viva. Oggi ogni emozione la avverto dilatata al punto tale che talvolta risulta dolorosa.
Con il Salam ho imparato ad emozionarmi nel sentire il vento sul mio volto, nel vedere il rosso dei gerani nel terrazzo di mia madre, a partecipare con tutta me stessa all’incontro con persone a cui voglio bene, ad ascoltare la risposta al “come stai?”, a dare il giusto peso ad ogni grazie o prego ricevuti”.

Crescita dei valori professionali. Per gli infermieri che hanno conosciuto un altro mondo, la vita lavorativa al ritorno nel proprio contesto professionale è migliorata dal punto di vista dell’accoglienza della persona. Hanno sviluppato una maggiore sensibilità nel trattare la persona con umanità e ospitalità. Dichiarano maggiore interesse per la sfera emotiva e relazionale della persona. In più punti delle narrazioni raccolte viene sottolineato il bisogno di un miglioramento della qualità di vita della persona.

Narrazione 1: “Penso di aver cambiato completamente il mio approccio al paziente, ora incentrato su cosa sia meglio per la persona a prescindere da tutto e tutti. Non so se ti sei già fatta un’idea tua sul come funzionino le cose qui in Occidente, ma ti garantisco che spesso si strafà per i pazienti, non tanto per il loro benessere effettivo, ma per questioni medico-legali o ancora perché vogliamo a tutti costi sfruttare al massimo le nostre potenzialità senza renderci conto che alla fin fine stiamo solo arrecando danno al paziente! Parlando apertamente con i pazienti di questo, ho avuto molti consensi, molti di loro mi hanno apprezzato e ringraziato per questo modo di pormi nei loro confronti. alquanto inusuale dalle nostre parti. Questo mi ha fatto molto piacere, mi ha dato e continua a darmi tante soddisfazioni”.

Bisogno di tornare in missione
Nel periodo successivo al rientro a casa, i partecipanti raccontano di avvertire un costante desiderio di ritornare nei luoghi della missione.
Senso di realizzazione ed arricchimento. Gli infermieri, dopo le loro missioni, si considerano persone arricchite da un bagaglio culturale diverso, da emozioni e valori che hanno scoperto e di cui non avevano consapevolezza. Al rientro a casa dopo un’esperienza di lavoro umanitario, là dove le sofferenze traboccano, dove la gente vive in condizioni disumane, dove si è confinati e lontani dai propri cari, a combattere contro la povertà, malattia, guerra e fame, sentono in breve tempo il desiderio ed il richiamo di tornare.

Narrazione 6: “Non torno a casa da parecchio tempo, e l'ultima volta che sono tornata ci sono stata solo due settimane, quindi non ho avuto tempo di pensare al riadattamento, solo la gioia di rivedere le persone importanti per me. Ma dopo due settimane mi manca la vita scalcinata... il mio lavoro... e voglio ritornare tra la polvere, i bambini, le mamme....”.

La popolazione locale ha lasciato loro un ricordo positivo. Nonostante la situazione di povertà in cui si trovano, le persone vivono le loro giornate con serenità, sono piene di forza e lottano per la sopravvivenza, sono dotate di semplicità e non pensano alle cose materiali, per loro sconosciute. Alle cinque del mattino la gente canta per strada e i bambini vanno a scuola allegri e pieni di vita. Questa loro voglia di vivere, nonostante la sorte crudele ed il contesto difficile, trasmette ai volontari positività e voglia di fare di più per la popolazione.
Aver visto persone piene di vita, in missione, evidenzia come la felicità non dipenda dalla ricchezza materiale, ma dalla risorsa interna e dalla dignità. Gli infermieri che hanno partecipato più volte a missioni umanitarie riflettono sul motivo per cui hanno scelto di ripetere la missione.

Narrazione 5 “Vieni accolto da intere popolazioni di villaggi isolati nel nulla, che, pur non conoscendoti, mollano le loro vite per organizzarti una festa con canti e balli tradizionali, facendoti sentire il benvenuto. Altre che danno il tuo nome ad un bambino appena nato solo perché hai assistito al suo parto sotto un cielo stellato in mezzo alla savana, facendoti sentire così la persona più importante del mondo”.

I sorrisi e le carezze ricevute, la gratitudine in cambio dell’assistenza prestata, aiutano gli infermieri a ritrovare una stabilità psicologica. Partiti in missione per riportare il sorriso sul viso delle persone bisognose, gli infermieri vivono come raggiunto il loro obiettivo.

Isolamento per impossibilità di essere capiti. Gli infermieri riferiscono che al ritorno a casa, hanno reagito con l’isolamento: si allontanano dalle persone che non sono a conoscenza della realtà vissuta durante la missione. Tutti gli infermieri hanno condiviso le esperienze vissute in missione con altre persone che conoscono simili realtà, avendole, loro stessi, vissute in altri mandati.

Narrazione 3:Al mio rientro ho spesso sentito l’esigenza di stare con i miei affetti e dimostrar loro il mio amore. Inoltre ho sentito l’esigenza di incontrare i miei compagni di viaggio e di condividere con i miei colleghi in ospedale questa esperienza, sia scrivendo due articoli sul giornalino dell’ospedale, sia con un incontro in cui spiegavo la mia esperienza e facevo vedere delle foto”.

Al rientro a casa, gli infermieri ritrovano le stesse cose e persone che hanno lasciato al momento della loro partenza. Ma dopo aver vissuto queste esperienze e dopo aver incontrato persone meravigliose, dotate di una ricchezza interiore difficile da descrivere, si trovano disadattati e cercano la comprensione degli affetti più vicini a loro per condividere le emozioni con le persone che hanno in comune la stessa esperienza.

Una forte crisi emotiva
Gli infermieri descrivono un insieme di emozioni molto forti, che vengono vissute in maniera diversa da soggetto a soggetto. Si manifestano di più al rientro a casa quando hanno l’impatto con il mondo in cui hanno sempre vissuto.

Il cambiamento a livello intrapsichico. Dopo la missione gli intervistati affermano di vivere con sentimenti ed emozioni molto differenti rispetto al periodo precedente la missione. Alcuni infermieri sono entrati in un conflitto con il proprio modo di vedere le cose e dichiarano di aver acquisito una maggior autoconsapevolezza nella loro vita quotidiana.

Narrazione 1: “Avevo il pianto facile, ero infastidita da tutto ciò che non fosse realmente necessario, dalle parole, ai pensieri, alle cose materiali”.

Narrazione 2: “Esiste una patologia che si chiama "stress post missione", molti militari ne soffrono, forse anche solo inconsciamente. Rabbia, dolore, frustrazione e senso di impotenza di fronte a un qualcosa che sembra molto più grande di noi”.

Gli infermieri vivono con più intensità, apprezzano le cose semplici come il saluto di una persona o un grazie. Sono consapevoli di aver avuto la fortuna di essere nati in un Paese diverso da quelli in cui c’è guerra, povertà, malattie e fame. Danno meno importanza alle cose che si presentano non così essenziali per la propria esistenza. Accettano la realtà diversamente, sono più sensibili ai sentimenti delle persone. Cercano di essere più autentici possibile, apprezzando le piccole cose. Nel loro racconto gli infermieri dicono di non sapere come hanno superato le crisi emotive, oppure se sono riusciti a superarle.

Narrazione 2 “Sarà impossibile dimenticare gli orrori vissuti; talvolta mi capita di rivivere ad occhi aperti dei momenti, come se fossero dei flash back, che mi riportano a degli istanti che credo rimarranno per sempre nella mia memoria”.

Quando raccontano agli amici il loro vissuto nel periodo della missione, hanno dei flash back di episodi spiacevoli, di persone colpite da ordigni esplosivi, di incidenti di guerra che coinvolgono più persone insieme, della povertà estrema che hanno toccato con mano.

Riservatezza relazionale a livello famigliare e sociale. Gli infermieri, al rientro dalle missioni, cercano di ridurre al minimo gli incontri, manifestano un comportamento schivo. Frequentare gli amici comporta per loro l’obbligo a partecipare a incontri, a feste, e di conseguenza a trovarsi a raccontare l’esperienza vissuta, con il rischio che gli altri non comprendano appieno le emozioni vissute durante la missione. A volte solo il pensiero di andare a mangiare al ristorante con gli amici sembra irrazionale, pensando alla miseria che hanno visto.

Narrazione 1 “Ho dovuto far “violenza” su me stessa per ricominciare ad uscire con gli amici, andare a cena fuori.”.

Gli infermieri che hanno partecipato ad una missione, vivono il rientro a casa come una sorta di ritiro interiore, poiché hanno bisogno di ritrovare il proprio equilibrio. Passare molto tempo in famiglia è l’unico modo per sentirsi accolti e compresi. Si sentono ascoltati quando sentono il bisogno di parlare, senza l’obbligo di dare spiegazioni sull’entità delle emozioni provate in determinati momenti e senza sentirsi giudicati.

Narrazione 1: “Solo mio marito e mia madre... nemmeno loro però erano in grado di comprendere cosa mi stava accadendo, ma mio marito è stato bravissimo nello starmi accanto senza fare troppe domande”.

Cambiamenti a livello professionale. Gli infermieri hanno riferito di aver cambiato la modalità di assistenza e cura, di dedicare più attenzione agli aspetti relazionali, ascoltando di più il volere delle persone assistite. Considerano in modo differente le scelte nei confronti della tecnologia, sia nelle persone che non vogliono eseguire un determinato esame, sia di coloro che non hanno necessità di effettuarlo. Puntano di più sul miglioramento della qualità della vita, sullo sviluppo del benessere dell’essere umano e non sono d’accordo con l’impiego delle prestazioni che allungano la vita, tenendo conto che a volte sono utilizzate in modo improprio. Sono più attenti a fare emergere la dimensione umanistica ed etica nella pratica clinica.

Narrazione 4:“...ho imparato che l’assistenza alla persona deve essere fatta con umanità, bisogna cogliere tutti gli aspetti umani delle persone e ascoltare di più qual è il loro desiderio e cosa vuol dire per loro qualità di vita”.

Discussione
Gli infermieri che hanno effettuato missioni umanitarie internazionali hanno raccontato come questa esperienza abbia avuto notevoli ripercussioni su di loro e sul loro modo di essere al rientro a casa. I risultati segnalano un cambiamento del funzionamento intrapsichico, evidenziato a più livelli nella loro vita. La sensibilità agli sprechi è uno dei temi emersi, caratterizzata da un senso di disadattamento alla vita nella nostra società del benessere. Si rendono conto che tutto quello che hanno vissuto prima della missione è imposto da una società abituata a vivere di abbondanza in qualsiasi occasione della vita. Gli infermieri si sentono più motivati a dare priorità alle cose veramente importanti dell’esistenza. L’isolamento è uno dei comportamenti che dichiarano di mettere in atto al loro rientro, perché sentono di fare parte di un altro mondo, che non è quello lasciato prima di andare in missione. Pensano e agiscono con più cautela, cercando di avere contatti con persone che hanno vissuto la loro stessa esperienza, sentendosi così più compresi.
In accordo con Selby et al. (2009a), le esperienze degli intervistati evidenziano la scarsa capacità di riadattamento degli operatori al rientro, ed emerge che la maggior parte di loro si sente esclusa sia dalla propria famiglia, sia dalla società. Questo tipo di esclusione viene vissuto con sentimenti di perdita e dolore.
I partecipanti allo studio sottolineano una fatica notevole nel riprendere la vita che avevano lasciato prima della missione. Gli intervistati cercando di vivere ogni momento della vita quotidiana con semplicità e affermano di sentirsi più autentici nel rapporto con le persone che incontrano. Il loro comportamento all’interno del nucleo familiare cambia, con la necessità di un ritiro interiore e la ricerca di un forte senso di comprensione degli stati d’animo provati da parte dei familiari. Spesso sentono la necessità di un periodo di silenzio per elaborare le forti emozioni provate. I partecipanti affermano che spesso la famiglia diventa un luogo ed un contesto nel quale, quando sentono il bisogno di parlare, si sentono ascoltati, senza la sensazione di essere giudicati e senza l’obbligo di dare spiegazioni sull’entità delle emozioni provate in determinati momenti.
In accordo con Selby et el. (2009a, 2009b, 2009c) lo studio sottolinea come le persone al rientro dalle missioni presentino un cambiamento della propria personalità, con capacità di resilienza in alcuni, mentre altri manifestano differenti condizioni di fragilità, come la perdita di controllo e la sensazione di non essere accettati.
Il cambiamento nei soggetti al rientro dalle missioni si individua nelle testimonianze anche attraverso il desiderio di eguaglianza dei diritti umani e una motivazione intensa a rendere migliore la vita delle persone che vivono in condizioni di guerra, fame, malattie e povertà assoluta. Le esperienze vissute durante le missioni hanno risvegliato nei partecipanti l’attenzione verso i valori civili e verso un forte senso di rispetto per le cose più semplici della vita, che non hanno un valore materiale, ma semplicemente ti riempiono il cuore di gioia. I partecipanti allo studio affermano che l’esperienza di missione ha migliorato il punto di vista e il comportamento verso le altre persone, sviluppando il senso di altruismo.
Alcuni infermieri, appena tornati dalla missione, sentono subito il forte desiderio di ripetere l’esperienza. Solo in missione si sentono bene con loro stessi, vogliono rendersi utili e realizzarsi arricchendo il loro bagaglio di esperienze sia a livello personale, sia a livello professionale.

Conclusioni
Analizzare le narrazioni di infermieri che hanno partecipato a missioni umanitarie ci ha permesso di evidenziare le esperienze vissute durante la missione e le conseguenze sul loro modo di essere al rientro a casa. Le principali ripercussioni nella loro vita personale e professionale si esprimono attraverso una maggiore sensibilità agli sprechi, unitamente al desiderio che tutti i popoli abbiano le stesse opportunità, un cambiamento di valori, una forte crisi emotiva ed il bisogno di tornare in missione per continuare a sentirsi utili.
Gli infermieri al rientro a casa si sentono impotenti di fronte a queste situazioni perché vorrebbero avere nuovamente la possibilità di fornire un aiuto concreto nelle situazioni di bisogno estremo. Emozioni come rabbia e isolamento appaiono frequenti nelle interviste e questo porta i partecipanti a vivere differenti condizioni di fragilità.
I risultati di questo studio suggeriscono l’importanza di avere relazioni favorevoli intorno a sé, che aiutino ad elaborare le forti esperienze vissute. Sembra importante prima della missione la fase di preparazione dal punto di vista conoscitivo circa quello che si incontrerà in missione e quello che si potrà vivere. Successivamente alla missione una sorta di “periodo cuscinetto” per non sentirsi alieni nel proprio mondo e poter condividere il carico emotivo accumulato attraverso la compartecipazione ed il confronto. Questo assume un particolare valore prima e dopo le missioni per ricomporre situazioni e condizioni anche molto differenti tra loro, che possono essere avvicinate e tenute insieme in un mondo di tutti e per tutti.
Si delineano ulteriori percorsi di ricerca utili ad approfondire il senso ed il significato attribuito alle esperienze da coloro che affrontano le missioni umanitarie, anche per poter fornire loro un sostegno ed un aiuto nel delicato momento del rientro a casa e nei loro contesti lavorativi.
 

BIBLIOGRAFIA

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