FNOPI / Formazione e Ricerca / Rivista L'Infermiere / Rivista L'Infermiere N°6 - 2018 / Creare famiglia: un fattore determinante per una maggiore resilienza negli infermieri - Rivista l'Infermiere N°6
ESPERIENZE

Creare famiglia: un fattore determinante per una maggiore resilienza negli infermieri

di Marco Alfredo Arcidiacono (1), Alfonso Sollami (2), Arianna Sforza (3)

(1) Professore a contratto Università degli Studi di Parma
(2) Tutor Didattico Corso di Laurea in Infermieristica, Università degli Studi di Parma
(3) Infermiera presso Fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS (Parma)

Corrispondenza: marcidiacono@ao.pr.it

Il termine resilienza deriva dal latino resalio, che significa saltare, rimbalzare. Il vocabolo è stato coniato in fisica dei materiali e indica la capacità, propria di alcuni metalli di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione (De Filippo, 2009).
Nella letteratura psicologica e sociologica il termine indica un insieme di processi che facilitano un adattamento efficace e promuovono lo sviluppo della persona anche in contesti di vita altamente stressanti (De Filippo, 2009).

Lo stress lavorativo rientra nella categoria della resilienza strutturale, dovuto alla disarmonia fra se stessi e il proprio lavoro, a conflitti fra il ruolo svolto al lavoro e al di fuori di esso e da un grado insufficiente di controllo sul proprio lavoro e sulla propria vita (Magrin, 2008).

In ambito sanitario il problema dello stress occupazionale è particolarmente evidente, in parte per le caratteristiche insite nelle professioni di aiuto a contatto con la sofferenza e la malattia, in parte a causa di ritmi e organizzazione del lavoro (Calcari, Moro et al., 2011).

In letteratura, sono descritti specifici fattori fonte di stress per il personale infermieristico quali la mancanza di chiarezza rispetto al ruolo, la difficoltà nella programmazione dei turni e del gruppo di lavoro, lo scarso coinvolgimento nei processi decisionali, basso status sociale e scarso supporto (Calcari, Moro et al., 2011).

Altri fattori che contribuiscono ad aumentare lo stress degli infermieri includono: la varietà del posto di lavoro, l’inesperienza dello staff e la miscela di persone esperte e non esperte, i conflitti con i colleghi, la fatica di lavorare con troppi pazienti, la mancanza di tempo da dedicare ai pazienti che ne hanno bisogno, il contatto con pazienti e parenti anch’essi sotto stress (McCann, Beddoe et al., 2013).

La resilienza è identificata come essenziale per gli infermieri nel loro lavoro quotidiano, costruire la resilienza permette di aiutare gli infermieri ad affrontare le avversità sul posto di lavoro associate con le difficoltà interpersonali, problemi di risorse e altri problemi lavorativi (Jackson, Firtko et al., 2007).

Questo lavoro si propone di indagare la resilienza negli Infermieri e successivamente verificare se esistono misure di associazione tra le variabili socio demografiche e la resilienza attraverso un’indagine effettuata sul personale delle Unità Operative di Medicina, Chirurgia e Terapia Intensiva dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.

Strumenti e metodi
Lo studio è stato condotto attraverso l’auto-somministrazione cartacea del questionario, in un arco temporale compreso tra Giugno e Luglio 2017.

Per misurare la resilienza negli infermieri è stata utilizzata la versione italiana della scala della resilienza di Wagnild e Young (1993).

Secondo Wagnild (2009), un punteggio maggiore di 145 indica alta resilienza, tra 125 e 145 indica resilienza media, e minore di 120 indica bassa resilienza.

Nella versione italiana della scala è stato eliminato un item (voce 11, “Raramente mi chiedo qual è il punto di tutto”) pertanto ci sono 24 elementi: i valori maggiori a 141 sono stati considerati come indicazione di alta resilienza, valori da 116 a 140 è considerata resilienza media, e valori inferiori a 116 indica bassa resilienza (Girtler, De Carli et al., 2010).

Come affermato da Ahern e colleghi per misurare la resilienza negli adulti la scala con maggiore affidabilità è quella sperimentata e validata da Wagnild e Young. (Ahern, Kiehn et al., 2006).

Agli item del questionario sono stati aggiunti alcuni item per indagare:

  • la tipologia di reparto (Medicina, Chirurgia o Terapia Intensiva)
  • l’età
  • il sesso
  • la condizione abitativa (vive da solo, con i genitori o con il coniuge)
  • il numero dei figli
  • il titolo professionale (Diploma, Laurea Triennale, Laurea Magistrale, Master di I o II livello)
  • gli anni di servizio
  • gli anni di servizio in quell’UO
  • la tipologia di turnistica (Turnista o Diurnista).


Campione
Il campione è composto da 120 infermieri di tre reparti di Terapia Intensiva, due reparti di Medicina e tre reparti di Chirurgia, presso l’Azienda Ospedaliera di Parma, attraverso la auto-somministrazione di un questionario agli infermieri.

I reparti delle varie aree sono state estratti in maniera casuale.

Sono stati distribuiti 164 questionari e ritirati 120, con un tasso di risposta pari al 73%.

Le caratteristiche sociodemografiche del campione sono elencate nella seguente tabella:

Tabella 1 - Caratteristiche sociodemografiche del campione

Sesso

Maschi

48 (40%)

Femmine

72 (60%)

 

Medicina

15

Chirurgia

21

Terapia intensiva

12

Medicina

25

Chirurgia

19

Terapia intensiva

28

Titolo professionale

Diploma

36 (30%)

Laurea triennale

58 (48%)

Laurea magistrale

9 (8%)

Master

17 (14%)

Medicina

14

Chirurgia

10

Terapia intensiva

12

Medicina

12

Chirurgia

28

Terapia intensiva

18

Medicina

4

Chirurgia

1

Terapia intensiva

4

Medicina

10

Chirurgia

1

Terapia intensiva

6

Vive con

Da solo

53 (44%)

Con genitori

3 (3%)

Con coniuge

64 (53%)

 

Medicina

16

Chirurgia

23

Terapia intensiva

14

Medicina

3

Chirurgia

0

Terapia intensiva

0

Medicina

21

Chirurgia

17

Terapia intensiva

26

Numero di figli

Senza figli

71 (59%)

Con figli

49 (41%)

 

Medicina

24

Chirurgia

25

Terapia intensiva

22

Medicina

16

Chirurgia

15

Terapia intensiva

18


Risultati

Analizzando la Resilienza negli infermieri, le misure effettuate, mostrano una media di resilienza pari a 138.33 (DS 15.605) con un range da 71 a 168 (Figura 1).

Figura 1 - Distribuzione delle medie della resilienza sull'intero campione
Figura 1 - Distribuzione delle medie della resilienza sull'intero campione

Analizzando la resilienza rispetto alla tipologia di reparto, il Test non parametrico di Kruskal-Vallis a campioni indipendenti mostra una significatività nelle differenze delle medie misurate tra i vari reparti (p<.000). Gli infermieri delle UO di Chirurgia hanno mostrato un maggior livello di resilienza (m=144.45 (DS16.17)) rispetto ai valori misurati per gli infermieri in medicina (m=136.78 (DS13.51)) e in terapia intensiva (m=133.75 (DS15.37)) (Figura 2).

Figura 2 - Distribuzione delle medie e DS tra le Unità Operative
Figura 2 - Distribuzione delle medie di resilienza tra le uo

Analizzando la resilienza rispetto alla condizione abitativa degli infermieri partecipanti allo studio, il test non parametrico di Mann-Whitney evidenza che la media misurata negli infermieri che vivono con il coniuge è maggiore (m=142.97 (DS 11.61)) e risulta statisticamente significativa la differenza della misura con gli infermieri che vivono da soli (m=132.28 (DS 18.076)) (p<.05) (Figura 3).

Figura 3 - Distribuzione delle medie di resilienza degli infermieri rispetto alla condizione abitativa
Figura 3 - Distribuzione delle medie di resilienza rispetto al vive con


Analizzando la resilienza rispetto al numero di figli degli infermieri rispondenti, il test non parametrico di Mann-Whitney mostra che la media misurata negli infermieri con figli è maggiore (m=143 (DS 11.65)) e risulta statisticamente significativa la differenza della misura con gli infermieri senza figli (m=135.10 (DS 17.17)) (p<.05) (Figura 4).

Figura 4 - Distribuzione delle medie di resilienza degli infermieri con e senza figli
Figura 4 - Distribuzione delle medie di resilienza degli infermieri con e senza figli

La resilienza è stata studiata anche rispetto al sesso e al titolo professionale ma non sono state trovate differenza statisticamente significative tra le diverse variabili.

Una variabile studiata ma non analizzata è stata la tipologia di turnistica in quanto nel nostro campione c’è stata una netta risposta di infermieri che lavorano su tre turni rispetto a coloro che lavorano come diurnisti (N=3), essendo un campione ridotto e insignificante al fine dell’analisi non è stato possibile confrontarlo.

Nel nostro studio le variabili continue considerate sono: l’età (ETA), l’anzianità di servizio (AS), anzianità di servizio nell’unità operativa (ASUO) e valore di resilienza misurato (Resilienza). La tabella sottostante mostra come non vi è nessuna correlazione tra le variabili considerate (Tabella 2).

Tabella 2 - Correlazioni tra la resilienza e le variabili continue

 

ETA

AS

ASUO

Resilienza

Correlazione di Pearson

,139

,072

-,008

Sign. (a due code)

,129

,435

,930

N

120

120

120


Discussione

Come noto, una buona resilienza personale è fondamentale per gli infermieri per far fronte alle numerose difficoltà che si possono presentare nel loro lavoro quotidiano.

Gli infermieri con un alto livello di resilienza mostrano doti come l'intelligenza, fiducia in sé stessi, intraprendenza e flessibilità che li può aiutare ad affrontare lo stress sul posto di lavoro (Brennan, 2017).

Gli infermieri con un basso livello di resilienza non riescono a far fronte in maniera positiva allo stress e alle difficoltà che si presentano sul posto di lavoro; sono più vulnerabili e propensi ad abbandonare il luogo di lavoro.

Dallo studio è emerso che vi è una differenza statisticamente significativa tra le medie della resilienza degli infermieri che lavorano in Medicina, Chirurgia e Terapia Intensiva; il minor livello di resilienza è stato riscontrato tra gli infermieri dell’area critica.

Una probabile motivazione a tale risultato potrebbe essere riferita al fatto che la Terapia Intensiva è un reparto stressante, con elevata mortalità e morbilità del paziente, scontri quotidiani con dilemmi etici, e un'atmosfera di tensione, come già descritto in letteratura (es. Mealer, et al., 2014).

Sono risultati inoltre più resilienti i professionisti che vivono con il coniuge e che hanno figli. Questo dato è in linea con la letteratura in quanto l’ambiente famigliare, le relative problematiche a cui occorre far fronte quotidianamente ed il supporto emotivo del coniuge possono essere considerati fattori positivi nello sviluppo della resilienza.

Come già dimostrato in letteratura (es: Gillespie, Chaboyer, & Wallis, 2009), anche nel nostro studio, l’età, il sesso, l’anzianità di servizio ed il titolo professionale non sono risultati determinanti rispetto al livello di resilienza.

I risultati di questo studio ci hanno permesso di identificare la macro area su cui intervenire per aumentare la resilienza.

L'identificazione dei fattori di rischio e protettivi della resilienza, può aiutare nella formulazione di strategie che abbiano come obiettivo la promozione di comportamenti resilienti e contribuire quindi al benessere degli infermieri.

I risultati di questo studio devono essere interpretati con cautela, a causa dei limiti metodologici che lo caratterizzano come il campione di scarsa numerosità e la presa in considerazione di solo alcune Unità Operative per macro-area.

Per tale motivo, per superare i limiti sopra citati, sarebbe opportuno innanzitutto aumentare il campione, estendere lo studio a tutte le Unità Operative e arricchire l’analisi con altre variabili quali quantitative.
 

BIBLIOGRAFIA

- Ahern, N., Kiehn, E., Sole, M. L., & Byers, J. (2006). A review of instruments measuring resilience. Issues in Comprehensive Pediatric Nursing, 29, 103-125.
- Brennan, E. J. (2017). Towards resilience and wellbeing in nurses. British Journal of Nursing, 26(1), 43-47.
- Calcari, S., Moro, V., Panella, M., & Palin, A. L. (2011). Introduction to a resilience model of analysis and its application in the operating room. SCENARIO, 28(1), 27-33.
- De Filippo, A. (2009). Stress e resilienza. Vincere sul lavoro. Francavilla al Mare: Edizioni Psiconline.
- Girtler, N., De Carli, F., Accardo, J., Cutolo, M., Dessi, B., Famà, F., Brugnolo, A. (2010). Resilience scale in adults and elderly healthy subjects psychometric properties of the italian version of resilience scale in adults and elderly health subjects. BioMed Central, 1-8.
- Jackson, D., Firtko, A., & Edenborough, M. (2007). Personal resilience as a strategy for surviving and thriving in the face of workplace adversity: a literature review. Journal of Advanced Nursing, 60(1), 1-9.
- Magrin, M. E. (2008). Dalla resistenza alla resilienza: promuovere il benessere nei luoghi di lavoro. Giornale Italiano di Medicina del lavoro ed Ergonomia, 30(1), A11-A19.
- McCann, C., Beddoe, E., McCormick, K., Huggard, P., Kedge, S., Adamson, C., & Huggard, J. (2013). Resilience in the health professions: A review of recent literature. International Journal of Wellbeing, 3(1), p. 60-81.

Stampa
Condividi su: