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EDITORIALE

Un futuro prossimo di sfide importanti per gli infermieri da affrontare insieme: Federazione, Ordini e professionisti

di Barbara Mangiacavalli

Presidente Federazione Nazionale Ordini delle Professioni infermieristiche (FNOPI)

Carenza di organici aggravata da “Quota 100”, cambio di passo per il tetto di spesa per il personale rispetto al “vecchio” 2004 -1,4%, turn over ancora da sbloccare per quanto riguarda le assunzioni anche di chi già ha vinto un concorso, professioni per la prima volta unite per far fronte alle diversità che un regionalismo eccessivamente spinto può creare e che per questo chiedono di essere in prima fila anche sui tavoli dove avvengono le decisioni programmatiche per il futuro del Servizio sanitario nazionale.

Siamo in un momento estremamente delicato per la professione, ormai visibile più di quanto non sia stata finora negli ultimi anni. Perché la visibilità la dà la necessità che la nuova epidemiologia ha di infermieri, ma anche per il solito martellamento mediatico che non risparmia l’uso improprio del termine infermiere per chiunque compia atti degni della cronaca (non certo rosa) perfino fuori le mura dell’ospedale e al di là della stessa professione.

Gli ottimisti sottolineano che evidenziare nei momenti bui il fatto che sia coinvolto un infermiere è perché la nostra professione ha raggiunto ormai un tale livello di importanza, gradimento e rilievo clinico, etico e morale, che se c’è un infermiere di mezzo è un fatto degno di essere notato e sottolineato.

Personalmente ritengo che si continui a perpetrare il fatto che in sanità o si è medici o si è infermieri e che l’immagine dei nostri professionisti non si sufficientemente a fuoco nella mente di chi diffonde le notizie tanto da non comprendere ancora chi fa cosa e perché, con quali responsabilità e con quale livello di conoscenza e di rispetto per i principi etico-deontologici di una codice che da sempre, ma con la legge 3/2018 in particolare che ha dato agli Ordini poteri diversi e maggiori di magistratura interna, diventa l’ago della bilancia della professione a cui tutti i veri infermieri devono rispondere e che quindi, se si tratta di qualcosa che va al di là, non si tratta di infermieri o comunque di individui che domani potranno definirsi tali.

La carenza di organici è stata ben compresa a tutti i livelli e il suo peggioramento con “Quota 100”, passando dagli ormai fatidici 53mila professionisti in meno a oltre 76mila che potrebbero mancare a breve nelle corsie, ma soprattutto sul territorio, potrebbe mettere davvero in ginocchio un sistema sanitario pubblico che senza personale non può far fronte non solo all’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza, ma nemmeno ai servizi più ordinari, con buona pace delle liste di attesa – inesorabilmente destinate ad allungarsi se non c’è chi è in grado di rispondere e assorbire i bisogni dei cittadini - e della qualità delle prestazioni erogate sempre di più da professionisti che si fanno in quattro per rispondere alla richiesta dei pazienti, ma che sono sempre meno e sempre più anziani e per questo sempre più stanchi e demotivati.

Diamo atto, come ho già avuto modo di dire, al ministro della Salute di essere riuscita per la prima volta ad abbattere il muro del tetto di spesa per il personale, portandolo ad avere come riferimento il 2018 con la possibilità di aumento anno per anno, a livello regionale, del 5% dell’incremento di spesa di cui godrà il fondo sanitario nazionale.

Ma sappiamo bene che se sulla carta quest’ultimo aumenta con regolarità, poi nei fatti viene via via assottigliato da mille bisogni e se questo dovesse incidere sull’aumento previsto per la spesa di personale, allora tutto si trasformerebbe se non in un boomerang, sicuramente in buco nell’acqua.

Fatto il primo passo, per essere certi che il livello del servizio sanitario pubblico sia davvero tra i primi al mondo, anzi, possa crescere ancora, ce ne sarebbero altri da compiere. Ad esempio, destinare alla spesa di riferimento per il personale una quota vincolata e non mobile del fondo sanitario, come oggi si fa con gli obiettivi del piano sanitario nazionale: non è forse uno degli obiettivi più importanti dare qualità ed efficienza al servizio?

Poi fare il passo ulteriore dello sblocco del turn over, anche per le Regioni in piano di rientro che sono le più disastrate dal punto di vista degli organici. Ovvia la necessità del controllo della spesa: si devono trovare altri modi e altre vie per garantirlo. E naturalmente se si parla di sblocco del turn over – che ringiovanirebbe gli organici oltre a dargli ossigeno riducendo le carenze – si deve parlare anche di una programmazione seria e rigida, premessa da un censimento reale del chi fa cosa per non dare spazio a pericolosi fai-da-te senza razionalità.

La Federazione sta affrontando con gli Ordini queste sfide, senza cedere ad alcun tentativo che possa danneggiare la professione.

E con le altre professioni della salute, sanitarie e sociali, sta facendo fronte a qualunque fuga in avanti che possa ulteriormente creare disuguaglianze o recinti al di fuori dei quali manchi l’universalità e l’equità del sistema.

Abbiamo anche abbandonato “le buone maniere” per quanto riguarda il coinvolgimento della professione infatti che con la professione non hanno e non devono avere nulla a che fare e parlato chiaro sia col nostro ministero vigilante, sia anche con le autorità che devono controllare non si arrivi a livelli in cui si possa mettere in pericolo il nostro prioritario e privilegiato rapporto con il cittadino.

Ma non lo abbiamo fatto solo in un senso: stiamo infatti definendo un nuovo Codice deontologico alla stesura del quale hanno partecipato per la prima volta davvero tutti gli interessati, dagli Ordini agli infermieri che grazie alla consultazione pubblica hanno potuto esprimere il loro pensiero, dai giuristi ai bioetici, dai rappresentanti di tutte le religioni – perché l’assistenza deve saper riconoscere e rispettare tutti, senza distinzioni – alle associazioni delle persone portatrici di patologie che rappresentano quell’elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza.

Non si sta lasciando nulla al caso. E nulla si tralascerà perché la professione infermieristica abbia riconosciuto il suo valore, dal punto di vista assistenziale con le specializzazioni e l’infungibilità, dal punto di vista manageriale con la capacità di interlocuzione a tutti livelli, da quello regionale a quello politico e con le altre professioni, dal punto di vista etico-deontologico, con una caratterizzazione che nessun’altra professione ha dato del suo rapporto sia intra che interprofessionale, sia soprattutto con l’obiettivo finale che abbiamo ben chiaro e prioritario: la salute dei cittadini.

E in questo molti infermieri ci stanno aiutando, con la loro professionalità di tutti i giorni che ci consente di riferirci a una professione nobile e con una partecipazione eccezionale, anche rispetto al recente passato, alle iniziative e al dibattito necessario sia dentro che fuori la professione.

Come ho avuto modo di dire all’inizio del mandato di questo Comitato centrale e che voglio ribadire con forza difronte ai fatti attuali, siamo infermieri prima di tutto, e crediamo nella forza della relazione, dell'ascolto, dell'inclusione, dall'autorevolezza che vince sull'autorità. Crediamo in un gruppo allargato, partecipato, che lasci spazio ad autonomie di pensiero e di cultura perché il rispetto della persona parte anche da questo.

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