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EDITORIALE

Violenza sugli operatori: bene nuove norme, ma serve di più e una nuova cultura per operatori e cittadini

di Barbara Mangiacavalli

Presidente Federazione Nazionale Ordini delle Professioni infermieristiche (FNOPI)

La violenza sugli operatori sanitari ha assunto un ruolo di priorità assoluta nella gestione dei servizi che già soffrono di una ormai insostenibile carenza di organici e se questi vengono aggrediti, si può dire quasi quotidianamente, si rischia il blocco delle attività di assistenza.

Per questo l’approvazione al Senato del disegno di legge presentato un anno e mezzo fa dall’allora ministro della Salute Giulia Grillo ha avuto una corsia preferenziale rispetto al normale iter che lo aveva tenuto finora in stand by.

Un’accelerazione che rappresenta per i professionisti della salute motivo di soddisfazione e soprattutto orgoglio per l’introduzione nell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, degli Ordini professionali, una richiesta di modifica al testo avanzata ed accolta grazie anche al lavoro della FNOPI.

Ma non solo. Gli infermieri come i medici e gli altri operatori sanitari avevano chiesto un inasprimento delle pene per chi avesse compiuto o si rendesse complice di un’aggressione e il Ddl ha introdotto fino a 16 anni di reclusione, aggiungendo alle previsioni del codice penale il “personale esercente una professione sanitaria o socio-sanitaria o a incaricati di pubblico servizio presso strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche o private”.

Prevedendo anche che le stesse pene previste dal codice si applichino “in caso di lesioni personali gravi o gravissime cagionate a personale esercente una professione sanitaria o socio-sanitaria o a incaricati di pubblico servizio, nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o del servizio presso strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche o private”.

È sicuramente un primo passo, un importantissimo passo avanti per chi come gli infermieri è quotidianamente in prima linea in tutti i servizi sanitari, di ricovero o sul territorio e quello che serve ora è un’approvazione veloce anche alla Camera.

Ma siamo convinti che questo tema non si esaurisca con il disegno di legge, ma richieda ulteriori, molteplici interventi costanti nel tempo e integrati da parte di tutti.

Come Federazione abbiamo messo a punto e proposto alle istituzioni un decalogo di necessità, considerando anche che quasi il 90% degli infermieri è stato ed è oggetto di violenze fisiche o verbali: 

  1. Tolleranza zero verso la violenza nelle strutture sanitarie, con inasprimento delle pene perché chi la compie sappia (quindi massima informazione) di stare perpetrando un reato severamente punibile
  2. Regolamentare l’uso dei social nei luoghi di lavoro e rispetto all’attività professionale per evitare commenti, furti di identità e proposte inappropriate (ne sono vittima circa il 12% dei professionisti coinvolti che nel caso degli infermieri sono per il 77% donne)
  3. Snellire le attese stressanti in pronto soccorso con meccanismi di smistamento alternativi (es. see&treat) per ridurre la tensione e la reattività dei pazienti
  4. Stabilire pene più severe per chi aggredisca verbalmente e fisicamente un professionista sanitario donna sul luogo di lavoro, prevedendo l’aggravante del pericolo che nell’azione possono correre gli assistiti
  5. Maggiore formazione del personale nel riconoscere, identificare e controllare i comportamenti ostili e aggressivi prevedendo anche appositi corsi Ecm (come il corso CARE, presentato assieme alla Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri)
  6. Aumentare l’informazione e la formazione perché siano denunciate da tutti e in modo chiaro le azioni di ricatto e le persecuzioni nell’ambiente di lavoro rispetto alla posizione e ai compiti svolti
  7. Predisporre un team addestrato a gestire situazioni critiche e in continuo contatto con le forze dell’ordine soprattutto (ma non solo) nelle ore notturne nelle accettazioni e in emergenza
  8. Predisporre un team addestrato a gestire situazioni critiche e in continuo contatto con le forze dell’ordine e sensibilizzare i datori di lavoro a non “lasciar fare”, ma a rifiutare la violenza anche prevedendo sanzioni
  9. Stabilire procedure per rendere sicura l’assistenza domiciliare prevedendo anche la presenza di un accompagnatore o la comunicazione a un secondo operatore dei movimenti per una facile localizzazione
  10. Evitare per quanto possibile che i professionisti sanitari effettuino interventi domiciliari da soli, ma fare in modo che con loro sia presente almeno un collega o un operatore della sicurezza.


Come sempre ribadiamo la nostra massima collaborazione come Ente pubblico sussidiario dello Stato con le Istituzioni per contribuire al monitoraggio del fenomeno e alla definizione di ulteriori misure di contrasto.

È necessario che i cittadini comprendano che i professionisti lavorano per loro e per il loro bene e non li aggrediscano, ma li mettano nelle condizioni di dare il meglio di sé per poterli davvero aiutare.

Le conseguenze delle aggressioni infatti vanno a scapito dell’assistenza: chi subisce violenze ha poi un calo di attenzione, difficoltà di concentrazione per l’intero turno, paura e rabbia, tende a delegare le proprie attività verso l’utente a un altro collega e arriva anche a soffrire di un comportamento di esclusione tale da compromettere l’esecuzione dei propri compiti.

Una situazione sempre più grave.

L’89,6% degli infermieri – in prima linea ad esempio nel triage ospedaliero che “accoglie” i pazienti e li smista nella struttura con tempi spesso lunghi non dovuti però alla professionalità dell’operatore, ma all’organizzazione - è stato vittima, secondo una ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma,  di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sui luoghi di lavoro: nel 43,1% dei casi si tratta di lancio di oggetti e sempre nel 43,1% di casi di sputi verso l’operatore sanitario, ma a seguire (39,1%) ci sono graffi, schiaffi e pugni (37,2%), tentata aggressione (36,6%) spintoni (35,4%), calci (26,2%). Le violenze verbali sono state registrate nel 26,6% dei casi per più di 15 volte, ma nel 35,7% tra 4 e 15 volte e nel 31,9% dei casi da una a tre volte.

Come Federazione, assieme a quella dei medici, abbiamo avviato veri e propri corsi di addestramento per mettere in grado gli infermieri di prevenire il fenomeno.

I corsi FAD (formazione a distanza) specifici, si basano su interventi di comunicazione verbale e non, con l’obiettivo di diminuire tensione e aggressività nella relazione interpersonale. E consentono di avere a chi conclude il corso anche numerosi crediti ECM, l’educazione medica continua necessaria per rimanere abilitati all’esercizio della professione.

Il progetto si chiama “C.A.R.E. (Consapevolezza, Ascolto, Riconoscimento, Empatia) – Prevenire, riconoscere, disinnescare l’aggressività e la violenza contro gli operatori della salute” ed è accessibile dalla pagina dedicata ai corsi del sito della Federazione.

La nostra professione ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. E saper affrontare alla radice i loro problemi che poi sfociano in pericolose forme di aggressività è essenziale per la salute dei nostri professionisti, ma anche e soprattutto per quella degli assistiti che si trovano poi di fronte operatori impauriti e demotivati.

Una necessità assolutamente prioritaria per chi opera in prima linea: solo nel primo mese in cui il corso è stato messo on line gli infermieri vi hanno già aderito sono oltre 35mila, più del 10% di quelli in attività nei servizi di assistenza. E chi ha avuto occasione di passare dalla teoria alla pratica, applicando ciò che ha imparato dal corso, ha avuto un riscontro positivo con il contenimento e la riduzione dell’aggressività.

Ora servono misure per garantire ai cittadini il diritto alle cure, al medico il diritto di curare in sicurezza, all’infermiere quello di assistere chi ne ha bisogno sena rischi e il nuovo governo deve far presto, anche prevedendo la messa in sicurezza delle sedi e prevedendo presidi di polizia nei pronto soccorso.

Serve però anche una nuova cultura, che ricostruisca il rapporto di fiducia con i pazienti e che valorizzi il lavoro dei professionisti della salute. È bene che i cittadini comprendano come sono proprio gli operatori sanitari che continuano, tra mille difficoltà, a far funzionare il sistema sanitario grazie alla loro dedizione e professionalità.

Solo l’impegno comune di tutti però (direzioni aziendali, dirigenza infermieristica e medica, coordinatori, professionisti e loro rappresentanti, organizzazioni sindacali, rappresentanti dei cittadini, organi di informazione) può migliorare l’approccio al problema e assicurare un ambiente di lavoro sicuro.

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