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Assistenza della cronicità al palo e cittadini senza risorse: le proposte degli infermieri

Assistenza della cronicità al palo e cittadini senza risorse: le proposte degli infermieri

29/05/2018 - La situazione dell’assistenza secondo il XVI Rapporto di Cittadinanzattiva. Le proposte FNOPI: strutturare un’assistenza in funzione dei bisogni di continuità dei cittadini con presenza dei professionisti sul territorio, affrontare e risolvere la questione organizzativa per tutelare i cittadini e allineare le rinnovate responsabilità degli infermieri

“Non ci stupiscono i dati rilevati nel Rapporto di Cittadinanzattiva ‘Cittadini con cronicità, molti atti , pochi fatti’: è da tempo ormai che la Federazione degli infermieri sta agendo e sta cercando di far agire le istituzioni che ne hanno la responsabilità nel senso di dare un nuovo sviluppo all’assistenza sul territorio. E lo fa  proprio per quelle fasce più deboli della popolazione che hanno denunciato nell’81,5% dei casi, secondo il Rapporto, l’assenza di considerazione per i bisogni psicosociali dell’individuo, al quale , famiglia e caregivers compresi, non è garantito nel 73,8% dei casi alcun sostengo e coinvolgimento educativo oltre che di assistenza clinica.”

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), che rappresenta gli oltre 440mila infermieri presenti sul territorio italiano, sottolinea la vicinanza della sua categoria professionale alle persone che sempre con maggiore frequenza devono affrontare sul territorio problemi di cronicità, non autosufficienza, plurimorbilità.

E lo devono fare pressoché da sole, vista l’assenza di un’organizzazione efficace che nonostante sulla carta (ad esempio col Piano nazionale cronicità, come sottolinea anche il Rapporto di Cittadinanzattiva) abbia previsto strutture e assistenza anche per quella che viene definita la bassa intensità di cura e che altro non è se non la continuità assistenziale sul territorio dopo l’acuzie curata nell’ospedale, non vede nulla ancora di realmente attivo se non in alcune Regioni benchmarck.

Questo soprattutto per l’ennesimo tira e molla tra professioni che non vogliono cedere posizioni acquisite, ma ormai obsolete, a favore del nuovo modello multidisciplinare e interdisciplinare di assistenza che la nuova epidemiologia legata all’età e ai bisogni della popolazione rende inevitabile.

“Ci rendiamo conto pienamente dei bisogni dei cittadini – aggiunge Mangiacavalli – tanto che abbiamo costituito nel 2017 una ‘Consulta permanente delle associazioni dei pazienti e cittadini’, di cui fa parte anche Cittadinanazattiva, perché esista un luogo di confronto e comunicazione permanente tra infermieri, associazioni dei pazienti e cittadini e perché possa avere con la collaborazione di chi porta con se i bisogni di salute più seri e insoluti una funzione propositiva per le azioni future della categoria.

I cittadini vogliono gli infermieri e lo hanno detto chiaro pochi mesi fa nei primi risultati dell’Osservatorio civico FNOPI-Cittadinanzattiva, in cui gli infermieri si sono messi in gioco per verificare sul campo l’opinione delle persone verso di loro. I cittadini hanno esplicitamente dichiarato che gli infermieri sono pochi e che oltre a intensificare la loro assistenza in ospedale, sul territorio vorrebbero essere assistiti da un infermiere nella farmacia dei servizi (65,55%), poter scegliere/disporre di un infermiere di famiglia/comunità come con il medico di medicina generale (78,61%), avere la possibilità di consultare un infermiere esperto in trattamento di ferite/lesioni cutanee (86,09%), avere un infermiere disponibile anche nei plessi scolastici per i bambini/ragazzi che ne potrebbero avere bisogno (84,08%).

Per quanto riguarda il Piano cronicità a cui il Rapporto di Cittadinazattiva fa ampiamente riferimento, è evidente che “tutti i ruoli professionali – spiega Cosimo Cicia, componente del Comitato centrale della Federazione FNOPI, intervenuto alla presentazione del Rapporto -  dovranno adattarsi ai nuovi percorsi che fanno parte di compiti e ruoli che gli infermieri svolgono ogni giorno, sono caratteristici della loro professionalità e della loro mission di ‘prendersi cura’ delle persone. Non dimentichiamo l’evoluzione che proprio in questo senso sta avendo la figura ad esempio dell’infermiere di famiglia in molte Regioni benchmark e anche di quello di comunità, utili proprio a rispondere ai bisogni dei cittadini, anche se la carenza di organici non aiuta uno sviluppo veloce di queste figure”.

Gli infermieri rilanciano le loro proposte. “La prima – spiega Cicia - è strutturare un’assistenza in funzione dei bisogni di continuità dei cittadini con presenza dei professionisti sul territorio, affrontare e risolvere la questione organizzativa per tutelare i cittadini e allineare le rinnovate responsabilità degli infermieri, ridisegnando anche i modelli organizzativi, promuovere lo sviluppo di percorsi di presa in carico nell’ambito della cronicità sul territorio, consolidare la sinergia tra gli ordini professionali e con le altre professioni per il perseguimento di obiettivi comuni tra cui anche quello fondamentale della sicurezza dei professionisti e di conseguenza degli stessi assistiti”.

La Federazione degli infermieri ha calcolato che per far fronte nell’immediato al bisogno di salute sul territorio delle persone con patologie croniche e non autosufficienza, oltre ai medici di medicina generale per quel che attiene alla diagnosi e alla terapia, servono per l’assistenza continua di cui questi soggetti hanno bisogno almeno 31mila infermieri (uno ogni 500 persone con queste caratteristiche, che in Italia sono oltre 16 milioni).

Analogamente in ospedale, per far fronte alle carenze create dalle manovre legate a tagli e risparmi e per rispettare i parametri dettati dalle norme europee su turni e orari di lavoro, servono almeno altri 21mila infermieri, ricomponendo anche le carenze create dai vari blocchi del turn over.

“Lo scenario da ricercare – ha detto Cicia - è quindi quello di una ‘trasformazione strutturale’ nell’organizzazione del lavoro che deve lasciare spazio a figure che, in linea con quanto indicato dagli organismi internazionali, si occupano dell’assistenza”.

“Dobbiamo riuscire – prosegue - ad aumentare rapidamente il rapporto infermieri/medici per accompagnare l’evoluzione dei bisogni e migliorare appropriatezza e sostenibilità del sistema, soprattutto nelle Regioni in cui demografia ed epidemiologia rendono il gap tra bisogni e offerta più ampio.

Una soluzione di breve periodo, che consentirebbe una giusta programmazione delle risorse e l’espletamento delle funzioni richieste sul territorio e sulla continuità assistenziale, sarebbe quella di investire sull'autonomia infermieristica, per dare da subito risposte concrete, di qualità e di sicurezza alla popolazione. Competenze che consentirebbero un miglior sviluppo di strutture a bassa intensità di cura (ospedali di comunità, reparti a gestione infermieristica, percorsi autonomi di trattamento dei casi minori nei Pronto Soccorso ecc.), permettendo un maggiore raccordo tra ospedale e territorio, abbattendo le liste di attesa e consentendo di venire incontro a un maggior numero di bisogni dei cittadini”.

“Il rapporto coi pazienti – conclude Cicia nel suo intervento alla presentazione del Rapporto - è per noi un elemento valoriale importante della professione e del suo ‘patto col cittadino’ che da anni la caratterizza. Nel nostro Codice deontologico l’elemento portante è il ruolo della professione legato all’ideale di servizio che è quello di assistere la persona. Per noi è essenziale – ha proseguito - avere una relazione privilegiata con le persone, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. Il Servizio sanitario è ancora troppo centrato sull’acuzie, ma i bisogni di salute stanno rapidamente cambiando e già si sono modificati. Sono aumentati gli anni di vita, ma non in buona salute purtroppo  - conclude - e lavorare sulle competenze e sulle capacità degli infermieri rappresenta un modo proattivo di vedere la professione secondo l’alleanza che abbiamo stretto con loro per conoscere e soddisfare i loro veri bisogni”.  

LA SINTESI DEL RAPPORTO CITTADINANZATTIVA

 

Cosa dice il rapporto

Dal Rapporto di Cittadinanzattiva emerge che secondo il 35,7% delle associazioni non si fa prevenzione e solo per il 19% questa riguarda bambini e ragazzi. A promuovere programmi di prevenzione sono le stesse associazioni nel 98% dei casi. Oltre il 73% denuncia ritardi nella diagnosi, imputabili alla scarsa conoscenza della patologia da parte di medici e pediatri di famiglia (83,7%), sottovalutazione dei sintomi (67,4%), mancanza di personale specializzato e di centri sul territorio (58%).

Secondo il Rapporto è del tutto carente l’integrazione tra assistenza primaria e specialistica (lo denuncia il 95,8%), così come la continuità tra ospedale e territorio (65,1%) e l’assistenza domiciliare (45,8%).  L’integrazione sociosanitaria e i Percorsi diagnostici-terapeutici sono attuati solo in alcune realtà (rispettivamente per il 52,2% e il 43,9%). Laddove esistono i PDTA, solo la metà delle persone si sente realmente inserita in un percorso di cura. Ma quando il PDTA si traduce in azioni concrete, gli effetti positivi non mancano: prenotazione automatica di visite ed esami (50%), meno costi diretti (28,5%), diminuzione delle complicanze (21,4%).

Per i soggetti più complessi, portatori di più patologie, è previsto, invece, il Piano di cura personalizzato, anche questo poco presente solo in alcune realtà (23%). L’aspetto, poi, più paradossale è che il piano dovrebbe essere, appunto, personalizzato, ma nella metà dei casi il paziente e/o il caregiver non viene coinvolto.

I registri sono diffusi in tutte le Regioni solo per il 19,3% del campione e il 37,5% segnala che non esiste un registro della propria patologia. Dove sono presenti, questi registrano soprattutto dati relativi a farmaci e dispositivi utilizzati dai pazienti, mentre vengono per lo più ignorati i bisogni socioeconomici e sociosanitari.

L’emanazione dei nuovi Lea, per oltre il 55%, non ha prodotto cambiamenti rilevanti per la propria patologia, perché, in oltre un quarto dei casi (26,2%), di fatto non è stato attuato quanto previsto dalla legge.

Per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera, la metà denuncia lunghe liste di attesa per essere ricoverato, la distanza dal luogo di cura, la mancata predisposizione della dimissione protetta. Sul territorio, le carenze sono evidenti: al primo posto i tempi di attesa, segnalati dal 90%, per accedere alle strutture riabilitative, alle lungodegenze o RSA, alle strutture semiresidenziali.

Nel caso di Rsa e lungodegenze, il Rapporto segnala la mancanza di équipe multiprofessionali (55%), i costi eccessivi per la retta (50%), la necessità di pagare una persona per assistere il malato (45%); nei centri diurni per attività terapeutico-riabilitative, spesso la riabilitazione è a totale carico del cittadino (44,4%) ed i tempi di permanenza sono troppo brevi per raggiungere il grado di riabilitazione necessario (44,4%).

Non va meglio per l’assistenza domiciliare: in questo caso, infatti, il numero di ore di assistenza erogate risulta insufficiente (61,9%), manca l’assistenza psicologica e quella di tipo sociale (57,1%) è di difficile attivazione e spesso viene negata (52,3%).

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