COSA C'E' DI NUOVO

SCAFFALE

Sono pronta

di Amalia Scoppola

La Caravella Editrice, Capranica (VT), 2010
pagine 154, euro 12,00

Il libro di Amalia Scoppola Sono pronta, ti emoziona. Ti emoziona quando lo leggi di getto e pensi a tante immagini a volte scontate ma così piene di significato, da entrambi i fronti.
Ti emoziona anche quando lo leggi con la razionalità necessaria alla produzione di un’analisi critica.

Il filo rosso che probabilmente lega i diversi capitoli del libro è la condivisione.

Amalia ha voluto coraggiosamente condividere il suo doloroso percorso di malattia e lo ha fatto:

  • probabilmente per sé, perché, come lei ci racconta, lo scrivere l’ha aiutata anche nei momenti più duri e l’ha aiutata dopo, per ripercorrere a ritroso la strada fatta, per ritrovare le energie per riprendere a farne altra;
  • sicuramente per le tante persone che si trovano nella stessa o analoga situazione di salute che ha vissuto lei, in cui la morte non è più un pensiero così lontano nel tempo, né l’idea di lasciare le persone che sono a ognuno più care;
  • forse per noi infermieri, ma sicuramente con gli occhi di chi legge l’effetto è efficace, perché ci aiuta con semplicità a capire il senso di tanti gesti quotidiani a volte considerati da noi stessi banali, ma che fanno invece la differenza nel modo in cui vengono svolti, per le persone su cui vengono svolti.

Il titolo Sono pronta offre già un interessante punto di vista su come si possa prendere il duro inizio di un ciclo di chemioterapia, Amalia racconta: Sono pronta! Sono riuscita a farmi la doccia senza allagare il piccolo ma gradevole bagno dell’ospedale. Mi sono messa la crema, mi sono pettinata e mi sono guardata allo specchio (…) Oggi devono iniziare la chemioterapia: sto aspettando con ansia che questa pozione magica entri dentro di me e raggiunga ogni cellula anche la più nascosta. (…) Avevo “detto” a me stessa di accogliere quell’acqua con gioia, tutte le cellule erano sveglie, recettive. Di fronte a una prospettiva dolorosa, ognuno di noi per istinto può essere portato all’opposizione e alla difesa. Amalia ci propone che la sua miglior difesa è stata l’accettazione, partendo dalla consapevolezza del male, della cura, delle sue conseguenze e dalla fiducia nella sua validità. Sarebbe da chiedersi quali e quanti sono i pazienti che giungono all’inizio di una chemioterapia con questo grado di consapevolezza e cosa facciamo noi curanti, per facilitarlo.

Amalia racconta del suo viaggio, al quale cerca di prepararsi, accettare e percorre non senza fatica, argomentando su aspetti diversi, partendo dall’esperienza di persone a lei care, come lo zio. Lo zio, che prima di lei aveva avuto un tumore, l’ha aiutata a capire che qualcosa si poteva costruire, nonostante tutto: il dolore è piccola cosa, rispetto a tanto dolore nel mondo, il dolore ci rende trasparenti e permette momenti di intimità e tenerezza con chi ci ama, bisogna combattere il dolore fisico che abbrutisce e accettare quello che umanizza, apprezzando di sentirsi amati.
Il suo viaggio è fatto di cure, cure che lei ha spesso, per professione, elargito ad altri, altri ancora più sensibili e fragili, i bambini e che ora toccano a lei stessa. Propone allora una profonda e incisiva riflessione sugli occhi e la mani degli infermieri, i suoi colleghi, con tutto ciò che possono trasmettere quando si prendono cura del corpo: attenzione, calore, sicurezza. Amalia scrive: un gesto necessario per una manovra assistenziale può trasformarsi in una carezza, questo potere magico hanno gli infermieri ma spesso non ne “siamo” consapevoli. Il tema del corpo, del corpo ferito, del corpo che cambia, del corpo che si risveglia è centrale in più passaggi ed è probabilmente la centralità della dimensione corporea di ognuno di noi, che l’autrice ci invita a valorizzare, in quanto gli infermieri hanno il privilegio di esserne così vicini e di prendersene cura, dagli aspetti più quotidiani a quelli più tecnici e specialistici.
D’altro canto l’autrice sottolinea con la sua esperienza la complessità della presa in carico della persona malata, da tutti i punti di vista, e della necessità di un’efficace integrazione professionale, specie per una malattia che colpisce il corpo così duramente. Amalia ha trovato da diversi professionisti della salute risposte importanti: dai medici che si sono occupati della diagnosi e della terapia oncologica prima e chirurgica dopo; dai colleghi infermieri che l’hanno assistita; dalla dietista che l’ha aiutata ad alimentarsi nonostante un nuovo esofago e a riprendere un approccio equilibrato e sociale con il cibo; dalla sua psicologa, che, dalla disperazione iniziale, le ha permesso di riconoscere e mantenere la forza per far fronte alla realtà che aveva davanti. Sarebbe effettivamente da chiedersi quanto queste risposte le abbia cercate in modo autonomo l’autrice, e quanto siano parte di un’offerta attiva rivolta a pazienti così complessi da parte del sistema sanitario.
Ciò diventa ancora più pertinente, considerando gli effetti della chemioterapia ed il loro decorso. Se il paziente ne è a conoscenza, ha probabilmente delle possibilità in più di tenerli sotto controllo e ciò ancora una volta ci riporta a sottolineare l’importanza di un’informazione e un’educazione su questo tema che vada anche oltre gli aspetti scontati ed esteriori. In tal senso Amalia ci racconta di come aveva imparato ad accettare la totale mancanza di energie dei primi giorni dopo ogni ciclo e di come poi la ripresa arrivava puntuale, come un risveglio e con sé la voglia di farcela. Era pronta alla caduta dei capelli, eppure all’inizio non le è stato facile, in quanto aspetto esteriore del tumore che mette a rischio la sua vita, ma poi, anche la parrucca scelta, non le sembrava tanto male (avevo i capelli sempre puliti, pettinati, in ordine e tinti... la parrucca non ha capelli bianchi!) Non sapeva invece (non me lo avevano detto e ingenuamente non lo avevo pensato) che con la chemio non cadono solo i capelli, ma anche quei peli simbolo di femminilità ed erotismo, senza i quali ci si può sentire veramente nudi, infantili e imbarazzati.

Inoltre, al di là della cura offerta dai diversi professionisti della salute, Amalia ci ricorda che da soli non si combatte e lei ha incontrato la calda solidarietà delle compagne di viaggio, le altre malate, con le quali ha condiviso i racconti, i timori, le sofferenze, le speranze e le piccole conquiste, con le quali, insieme, sembra ci si possa sentire più forti. E poi, la famiglia, che ti accompagna in un viaggio così duro, e che rappresenta un puntello fondamentale, quello degli affetti, che dovrebbero aver modo e spazio di esprimersi, non solo perché a volte sono funzionali alle attività degli infermieri, ma anche e soprattutto perché sono importanti per le persone assistite. Questo è uno spunto interessante nel ripensamento generale allo spazio che noi sanitari diamo alla famiglia di esprimere il suo massimo potenziale per sostenere e accompagnare i propri cari nei diversi percorsi di malattia.

Infine, Amalia parla di tasche piene degli strumenti che ognuno di noi può avere per far fronte alla vita e di come farli emergere per renderli utili a sé e agli altri.
Ebbene, probabilmente questo testo offre dei nuovi strumenti anche per le nostre tasche, per questo la lettura di un libro di questo genere, come quelli che vi presentiamo di seguito, possono essere veramente un’interessante proposta non solo per coloro che assistono quotidianamente persone in condizioni di salute analoghe, ma anche per l’ambito della formazione di base. Partire alle volte da ciò che sa, sente l’altro rappresenta il modo migliore per essergli accanto in modo professionalmente pieno. Ognuno di noi, probabilmente, dovrebbe chiedersi: ma se fossi dall’altra parte, dall’altra parte dello specchio amico e nemico, come scritto nel libro, cosa desidererei per me? Amalia ci offre così, l’opportunità di acquisire un prezioso punto di vista dell’altro.

Immacolata Dall'Oglio
 

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