CARENZA INFERMIERISTICA

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Gli infermieri mancano in maniera più che allarmante. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno di posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha portato i suoi dati (che ha ribadito anche a marzo 2019 in un incontro con l’allora sottosegretario alla Salute Armando Bartolazzi): oggi rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno – visto che le proiezioni vanno di moda – 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033.
Se ‘Quota 100’ oggi registra il rischio di abbandono a breve termine per almeno 22.000 infermieri che si aggiungeranno alle carenze descritte dai fabbisogni, le proiezioni parlano chiaro: al 2023 potrebbero salire esponenzialmente anche oltre le 100mila unità.
Cosa significa tutto questo, dovrebbe farlo capire il buon senso, ma a parlare chiaro sono gli studi internazionali (ad esempio: RN4CAST, pubblicato su The Lancet) che hanno quantificato gli effetti della carenza di infermieri: ipotizzando che si riuscisse ad avere un rapporto di 1 infermiere per 6 pazienti e nello staff fosse presente almeno il 60% di infermieri laureati, potrebbero essere evitate 3.500 morti all’anno.
Nella dotazione organica – rapporto infermiere/pazienti – a ogni aumento di una unità-paziente per infermiere, la probabilità di morte del paziente aumenta del 7 per cento.
A ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% di mortalità.
L’associazione dei due valori  ha rivelato che, negli ospedali in cui il 60% degli infermieri è laureato e il rapporto infermiere/paziente è di 1:6, la probabilità di decesso a trenta giorni dalla dimissione è del 30% inferiore rispetto a strutture in cui gli infermieri laureati sono del 30% ed il rapporto infermieri/pazienti è di 1:8.
In Italia  il rapporto infermieri-pazienti era nel 2017 (quindi senza ‘Quota 100’ e le sue carenze future, ma con gli effetti del blocco del turn over) di uno a 8-9 nelle Regioni benchmark, quelle con l’assistenza migliore e si arrivava a fino a uno a 17 nella Campania, che con gli effetti di Quota 100 potrebbe superare a situazione invariata il rapporto di uno a 20, dove il turn over è da decenni un araba fenice e i piani di rientro guardano prevalentemente la spesa.
L’esigenza impellente, spiega una lettera inviata a suo tempo all’allora ministro della salute Giulia Grillo, è tuttavia di modificare la composizione del personale nel quadro di invarianza delle risorse, con uno sguardo responsabile sulla situazione economica del Paese. Da questo punto di vista, il vincolo reale con cui il sistema deve fare i conti non è – o non solo e comunque non prioritariamente – quello di una carenza di una specifica professione sanitaria, ma delle risorse a disposizione per assumere il personale nel suo insieme.
Il Paese ha bisogno di infermieri e di infermieristica. Un cittadino su due reputa che il numero di infermieri sia insufficiente per garantire l’assistenza non solo in ospedale ma anche sul territorio: qui i cittadini chiedono soluzioni che promuovano la figura del professionista nella realtà quotidiana della persona, vorrebbero essere assistiti da un infermiere nella farmacia dei servizi (65,5%), poter disporre di un infermiere di famiglia/comunità (78,6%), avere la possibilità di consultare un infermiere esperto in trattamento di ferite/lesioni cutanee (86,1%) ma anche uno a disposizione nei plessi scolastici per i bambini e ragazzi che ne potrebbero avere bisogno (84,1%).
In Italia ci sono molto meno infermieri della media Ocse (5,4 per mille abitanti contro la media di 9), in particolare se rapportato al numero dei medici. Inoltre, l’OCSE sostiene che un maggior coinvolgimento dei pazienti nei processi decisionali, una migliore informazione sulle prescrizioni inadeguate e l’introduzione di più infermieri potrebbero migliorare un sistema già tra i migliori dei 29 Paesi OCSE.

Secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, una Direzione Generale della Commissione europea, che collabora a stretto contatto anche con Onu e Ocse, pubblicati a gennaio 2019. l’Italia nel 2016 aveva 557 infermieri ogni 100.000 abitanti (negli anni successivi sono diminuiti), mentre sei Paesi dell’Ue 28 tra cui i maggiori partner come Germania e Francia, superavano i mille (dai 1.172 del Lussemburgo ai 1.019 della Francia) e altre sette, tra cui anche il Regno Unito, erano comunque tra i 981 infermieri per 100.000 abitanti della Danimarca e i 610 dell’Estonia.

OCSE 2019

Si potrebbe dire che il rapporto OECD Health at a Glance 2019 (PARTE 1 – PARTE 2), appena diffuso dall’OCSE, non contiene novità per gli infermieri: rispetto a una media OCSE di 8,8 professionisti ogni mille abitanti, da noi ce ne sono solo 5,8. Mentre di medici rispetto a una media OCSE di 3,5 l’Italia ne ha 4 ogni mille abitanti.

Il rapporto tra infermieri e medici resta uno dei più bassi dei paesi OCSE: 1,5. Al 35° posto sui 44 paesi considerati e ben al di sotto della media OCSE di 2,7, con un rapporto che è la metà di quello che hanno in Europa ad esempio Francia e Germania (uguale o superiore a 3), mentre il Regno Unito con 2,8 è comunque al di sopra della media.

Quel che è peggio è l’invecchiamento della popolazione sia infermieristica che medica con un aumento medio dal 2000 al 2017 del 36% di “anziani” che per gli infermieri sono al di sopra dei 50 anni e per i medici dei 55 anni.

In questo quadro di riduzione e/o invecchiamento della forza lavoro infermieristica, spicca anche il dato di servizi di prevenzione al di sotto della media OCSE (68% in Italia contro una media del 73%) e quello dell’aumento della disabilità legato all’invecchiamento della popolazione.

Secondo il rapporto OCSE l’Italia ha attualmente la seconda prevalenza più alta di demenza in tutti gli stati dell’Organizzazione (23 casi per 1 000 abitanti). Entro il 2050, le proiezioni stimano che più di una persona su 25 vivrà con demenza.

Ma nonostante questo, l’Italia ha speso meno dello 0,6% del Pil per l’assistenza a lungo termine nel 2017 e, sebbene il numero sia in aumento, l’Italia ha il quinto più basso numero di letti per lungodegenza.

L’OCSE sottolinea in questo senso la necessità di “un passaggio verso l’assistenza sanitaria primaria basata su team che integrino in modo flessibile le competenze di vari operatori sanitari per migliorare i risultati in pazienti con patologie croniche e multimorbidità (team interprofessionali per pazienti complessi nelle cure primarie)”.
 

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