MEDICINA DI GENERE

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Il 78% degli infermieri in servizio (quasi 300mila) è donna. E lo sono quasi l’80% degli iscritti agli Ordini delle professioni infermieristiche. La medicina di genere per la nostra categoria professionale non è importante solo dal punto di vista di personalizzazione delle cure, ma anche per le differenze legate al mondo del lavoro e all’organizzazione dello stesso, con tutte le diverse conseguenze che queste situazioni hanno nella differenza di genere. Le infermiere sono professioniste che hanno affrontato un lungo e severo percorso di studi universitari, completato da stage e perfezionamenti. Ma sono anche donne che molto spesso devono affrontare, oltre al normale peso dell’attività lavorativa, pure una responsabilità familiare e domestica che questa società, e la cultura del nostro paese, tende purtroppo ancora oggi a delegare eccessivamente alla sfera femminile.  Il valore aggiunto e quello sociale per la nostra professione sono quindi evidenti. E questo dovrebbe valere anche per i percorsi di carriera.
Valutazione positiva quindi sull’intesa Stato Regioni che prevede l’ufficializzazione della medicina di genere nel nostro Paese con un Piano nazionale ad hoc.
I numeri seguono le differenze geografiche: analizzando i dati per singola Regione, si scopre che in tutte quelle dove ad esempio è più sviluppato il concetto di continuità assistenziale, di strutture infermieristiche autonome e di assistenza territoriale (praticamente tutto il Nord con la Toscana per il Centro e unica eccezione la Sardegna per il Sud), la percentuale di presenza femminile supera sempre l’80% ed è quasi sempre sopra l’86-87% nelle Regioni a statuto speciale (sempre del Nord). Al contrario le percentuali più basse sono nelle Regioni del Sud e in piano di rientro: 58,6% in Sicilia, 56,1 in Campania, 63,6 in Calabria. Dove cioè l’assistenza è praticamente “ferma” all’ospedale.
Con il nuovo Piano nazionale ci si adegua alle definizioni internazionali, Oms in testa,  che valutano l’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona: uomini e donne presentano spesso secondo l’Oms differente incidenza, sintomatologia e anche risposta alle terapie e hanno diverse reazioni anche in base all’accesso alle cure con disuguaglianze rilevanti legate al genere. Ma del resto gli infermieri abbiamo insita nella nostra professione, che risponde ai bisogni personalizzati della persona e non alla patologia, ben chiaro il tema della personalizzazione delle cure. Questo Piano si incontra quindi con assoluta coerenza al nostro agire professionale specifico.
Nel piano  c’è un obiettivo specifico: la FNOPI assieme ad altre Federazioni ha il compito di proporre raccomandazioni e documenti per specifici percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA). Anche considerando il ruolo che gli infermieri hanno da sempre nell’assistenza, proprio in questo tipo di percorsi rivestono compiti fondamentali, sia in ospedale, ma soprattutto nel momento in cui l’assistito esce dalle strutture e torna alla sua vita di tutti i giorni. Per gli infermieri, la cui maggioranza è donna, questo ragionamento vale ancora di più e per questo importante che la professione infermieristica sia inserita a pieno titolo anche in altri aspetti del Piano, come la Rete italiana per la medicina di genere o quelle che il Piano prevede come reti specialistiche multidisciplinari per garantire la continuità assistenziale.

IL PIANO NAZIONALE MEDICINA DI GENERE

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