VIOLENZA SUGLI OPERATORI SANITARI

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Secondo un’indagine dell’Università di Tor Vergata svolta nella primavera 2019 sugli infermieri:

  • L’89,6% degli infermieri è stato vittima di violenza fisica/verbale/verbale telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sul luogo di lavoro
  • La violenza fisica si è manifestata nel 58% delle aggressioni ed è consistita in:
  • Sputi (43,1%)
  • Lancio di oggetti (43,1%)
  • Graffi (39,1%)
  •  Schiaffi-pugni (37,2%)
  •  Tentata aggressione (36,6%)
  •  Spintoni (35,4%)
  •  Calci (26,2%)
  •  Spintoni in modo violento (1
  •  Pizzicotti (2,8%)
  •  Morso (0,3%)

Nelle aggressioni la violenza verbale (urla contro la persona, offese, insulti, minacce ecc.) è stata rilevata:

  • 1-3 volte (31,9%)
  • Oltre 15 volte (26,6%)
  • 4-9 volte (21,8%)
  • 10-15 volte (13,9%)
  • Mai (6,9%)

In base alla tipologia della violenza verbale, per chi l’ha subita, questa si è manifestata con:

  • Offese verbali-insulti (85,5%)
  • Urla contro la persona (71,8%)
  • Minacce (50,9%)
  • Diffamazione (0,2%)

Molestie sessuali (domande/parole a sfondo sessuale, palpazione) per chi le ha subite:

  • Parole a carattere sessuale (77,8%)
  • Violenza (esempio palpazione) (31,4%)

Ripercussioni psicologiche del fenomeno/i di aggressione di cui la persona è stata oggetto o testimone:

  • Rabbia (58,8%)
  • Senso di impotenza (42,3%)
  • Ansia (41,4%
  • Disgusto (41,5%)
  • Tristezza (31,2%)
  • Abbattimento (28,9%)
  • Paura (28,1%)
  • Disappunto (24,7%)
  • Stupore (15,5%)
  • Odio (11,3%)
  • Bassa autostima (9,4%)
  • Fallimento (7,9%)
  •  Disperazione (3,9%)
  •  Colpevolezza (2,1%)
    (in ogni caso illustrato può essere stata registrata più di una forma di aggressione e quindi il totale dei singoli gruppi analizzati non è uguale a 100)

In base ai dati rilevati si può dire che praticamente circa 240mila infermieri su 270mila dipendenti durante la loro vita lavorativa hanno subito una qualche forma di violenza, sia pure solo una aggressione verbale.

La media annua è calcolabile intorno a circa 20mila casi (considerando che l’infermiere è la figura più prossima all’assistito e ai suoi familiari, dal triage al ricovero, compresa l’assistenza domiciliare) e di questo circa la metà – secondo i dati forniti dall’analisi – sono state aggressioni fisiche, dal semplice spintone, al lancio di oggetti fino alle percosse vere e proprie.

Quindi ogni anno circa 10mila infermieri sono oggetto di violenza fisica e poco meno (circa 8-9mila) di violenza verbale.

Sintesi della logica e del razionale del corso FAD CARE

Prevenire i potenziali pericoli

Sradicare i pregiudizi, i miti e i luoghi comuni dalla nostra mente, non basta. Ogni politica di prevenzione e contrasto alla violenza deve fondarsi su alcuni passaggi obbligati:

  • Per prima cosa è importante rivedere, ampliandola, la definizione di aggressività e violenza sul posto di lavoro. Non dobbiamo limitarci ai fatti più gravi, ai gesti che mettono a rischio la nostra incolumità, ma considerare ogni situazione che crei disagio o allarme non solo negli operatori, ma anche nei pazienti e nei loro accompagnatori; la violenza sta anche nell’utilizzo di un linguaggio volgare e inappropriato, nei commenti spregiativi su etnia o religione, negli apprezzamenti spinti e nelle avances sessuali.
  • Il secondo punto riguarda la risposta appropriata davanti a qualsiasi comportamento inopportuno. Una risposta che non può riguardare il singolo operatore, ma deve coinvolgere l’intera struttura sanitaria, chiamata ad adottare una politica di tolleranza-zero.
  • Il terzo passaggio è quello della formazione trasversale di tutto il personale sanitario: ogni operatore, qualunque sia il suo reparto di riferimento o il suo ruolo all’interno della struttura, è esposto al rischio di trovarsi coinvolto in episodi di violenza e aggressività.

Per la propria sicurezza e per quella degli altri è quindi fondamentale conoscere e padroneggiare le tecniche di comunicazione più efficaci, per bloccare sul nascere ogni escalation di emozioni negative e favorire la descalation delle situazioni di tensione.

Con 237 voti favorevoli, l’Assemblea di Palazzo Madama ha approvato all’unanimità il disegno di legge n. 867, “Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera.
L’approvazione del provvedimento con una corsia preferenziale rispetto al normale iter che lo aveva tenuto in stand by per oltre un anno, rappresenta per i professionisti della salute motivo di soddisfazione e soprattutto orgoglio per l’introduzione nell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, degli Ordini professionali, una richiesta di modifica al testo avanzata ed accolta grazie anche al lavoro della FNOPI che sulla violenza ha presentato un suo decalogo nell’ottica della discussione a Montecitorio:

  1. Tolleranza zero verso la violenza nelle strutture sanitarie, con inasprimento delle pene perché chi la compie sappia (quindi massima informazione) di stare perpetrando un reato severamente punibile
  2. Regolamentare l’uso dei social nei luoghi di lavoro e rispetto all’attività professionale per evitare commenti, furti di identità e proposte inappropriate (ne sono vittima circa il 12% dei professionisti coinvolti che nel caso degli infermieri sono per il 77% donne)
  3. Snellire le attese stressanti in pronto soccorso con meccanismi di smistamento alternativi (es. see&treat) per ridurre la tensione e la reattività dei pazienti
  4. Stabilire pene più severe per chi aggredisca verbalmente e fisicamente un professionista sanitario donna sul luogo di lavoro, prevedendo l’aggravante del pericolo che nell’azione possono correre gli assistiti
  5.  Maggiore formazione del personale nel riconoscere, identificare e controllare i comportamenti ostili e aggressivi prevedendo anche appositi corsi Ecm (come il corso CARE, presentato assieme alla Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri)
  6.  Aumentare l’informazione e la formazione perché siano denunciate da tutti e in modo chiaro le azioni di ricatto e le persecuzioni nell’ambiente di lavoro rispetto alla posizione e ai compiti svolti
  7. Predisporre un team addestrato a gestire situazioni critiche e in continuo contatto con le forze dell’ordine soprattutto (ma non solo) nelle ore notturne nelle accettazioni e in emergenza
    anche prevedendo sanzioni
  8. Stabilire procedure per rendere sicura l’assistenza domiciliare prevedendo anche la presenza di un accompagnatore o la comunicazione a un secondo operatore dei movimenti per una facile
  9.  Evitare per quanto possibile che i professionisti sanitari effettuino interventi domiciliari da soli, ma fare in modo che con loro sia presente almeno un collega o un operatore della sicurezza.

L’Ordine delle professioni infermieristiche di Arezzo ha lanciato una campagna social con lo slogan #RispettaChiTiAiuta, che in poche settimane è già diventata virale ed è stata condivisa in tutta Italia.
Anche dal ministro della Salute Giulia Grillo (in carica al momento di presentazione della campagna) che oltre a essere testimonial della campagna, ha commentato sui suoi social “Questo problema non deve essere sottovalutato e il mio impegno contro ogni forma di aggressione nelle strutture sanitarie è massimo. Gli odiosi episodi di aggressioni e minacce in corsia, nei pronto soccorso, e negli ambulatori, devono finire. Ogni cura inizia dal rapporto di fiducia tra paziente e operatore, un’alleanza che dobbiamo riportare al centro del sistema sanitario. Presto il Parlamento approverà la legge contro la violenza sugli operatori sanitari, ma è solo un primo passo per dare un forte segnale di sostegno a tutti i lavoratori della sanità, impegnati giorno e notte nell’assistenza ai cittadini”.
Quando abbiamo pensato a questa campagna – spiega il presidente dell’Ordine di Arezzo Giovanni Grasso – eravamo certamente consapevoli della sua importanza, ma non immaginavamo che avrebbe trovato uno spazio e un’attenzione che hanno trasformato il convegno che abbiamo organizzato per oggi, lunedì 4 marzo da evento locale a nazionale”.
“La nostra professione – ha commentato la presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche Barbara Mangiacavalli, la più numerosa d’Italia e che vede coinvolti negli atti di violenza circa il 50% di infermieri – ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute.
Ed è altrettanto essenziale che i cittadini, spesso sopraffatti dalla tensione e dalle paure che generano i problemi di salute, purtroppo il più delle volte anche gravi, comprendano che i nostri professionisti lavorano per loro e per il loro bene e non li aggrediscano, ma li mettano nelle condizioni di dare il meglio di sé per poterli davvero aiutare. La campagna social di Arezzo va in questo senso   e siamo felici che ha realizzarla siano stati proprio gli infermieri. In questo senso anche una migliore organizzazione del lavoro a livello interdisciplinare e multi-professionale aiuta a dare risposte migliori e più rapide agli assistiti”.
“Lavoriamo insieme su formazione e informazione facendo leva su valori comuni e impegni concreti. Al ministero della Salute chiediamo di dare concretezza all’Osservatorio sulle aggressioni”, ha commentato il segretario nazionale FnomCeO Roberto Monaco, presente all’iniziativa di Viareggio, confermando le parole di Mangiacavalli.
La campagna, che proseguirà nei prossimi mesi, ha coinvolto ad Arezzo, dove ha avuto origine, anche i cittadini che hanno sfilato per le vie della città.
“Non è un argomento facile da trattare – ha aggiunto Grasso –  e abbiamo voluto che fossero tra i relatori proprio l’autore della ricerca che ha prodotto il dato allarmante della quasi totalità degli operatori che hanno avuto esperienze negative di questo tipo, Gianluca Pucciarelli dell’Università di Tor Vergata,  lo psichiatra e criminologo Massimo Picozzi, noto a livello nazionale anche per le sue tante partecipazioni televisive e che svolge attività di docenza nei corsi di formazione per la Polizia di Stato e per l’Arma dei Carabinieri, con i quali è impegnato in progetti di ricerca nell’ambito dell’aggressività e della violenza, che spiega come riconoscere e gestire l’aggressività di pazienti e familiari, e la coordinatrice nazionale di Federsanità Anci, che rappresenta i vertici delle aziende sanitarie e dei Comuni, Marzia Sandroni”.

AUDIZIONE CAMERA 22 GENNAIO 2020

Ogni anno circa 5mila infermieri subiscono violenze fisiche o verbali: circa 13-14 al giorno.

L’89,6% degli infermieri – in prima linea ad esempio nel triage ospedaliero che “accoglie” i pazienti e li smista nella struttura con tempi spesso lunghi non dovuti però alla professionalità dell’operatore, ma all’organizzazione – è stato vittima, secondo una ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma, di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sui luoghi di lavoro.

In base ai dati rilevati si può dire che praticamente circa 240mila infermieri su 270mila dipendenti durante la loro vita lavorativa hanno subito una qualche forma di violenza, sia pure solo una aggressione verbale.

Di tutte le aggressioni (secondo l’Inail) il 46% sono a infermieri e il 6% a medici (gli infermieri sono i primi a intercettare i malati al triage, a domicilio ecc. e quindi quelli più soggetti).

Durante l’audizione alla Camera, dinnanzi alle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali, nell’ambito dell’esame dei progetti di legge recanti “Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”, la FNOPI ha illustrato le richieste per il disegno di legge:

1. tolleranza zero verso la violenza nelle strutture sanitarie. L’inasprimento delle pene deve servire soprattutto a far sì che chi compie atti di violenza sappia (quindi massima informazione) sta perpetrando un reato severamente punibile;

2. regolamentare l’uso dei social nei luoghi di lavoro e rispetto all’attività professionale per evitare commenti, furti di identità e proposte inappropriate (ne sono vittima circa il 12% dei professionisti coinvolti che nel caso degli infermieri sono per il 77,42% donne;

3. snellimento delle attese stressanti in pronto soccorso con meccanismi di smistamento alternativi a bassa intensità e gestione infermieristica per ridurre la tensione e la reattività dei pazienti anche grazie all’applicazione dei nuovi codici già previsti per la classificazione delle urgenze;

4. pene anche più severe per chi aggredisce verbalmente e fisicamente un professionista sanitario donna sul luogo di lavoro, prevedendo l’aggravante del pericolo che possono correre gli assistiti;

5. maggiore formazione del personale nel riconoscere, identificare e controllare i comportamenti ostili e aggressivi prevedendo anche appositi corsi Ecm (educazione continua in medicina).

Oggi la formazione degli operatori su questo argomento è del tutto carente e chi si trova ad affrontare situazioni pericolose in prima linea, spesso è impreparato a meno di un suo personale interessamento, mentre dovrebbe essere previsto a livello di corso universitario, anche grazie a una modifica agli ordinamenti didattici e al sistema Ecm;

6. maggiore informazione e formazione perché siano denunciate da tutti e in modo chiaro le azioni di ricatto e le persecuzioni nell’ambiente di lavoro rispetto alla posizione e ai compiti svolti;

7. predisposizione di un team addestrato a gestire situazioni critiche, in continuo contatto con le forze dell’ordine soprattutto (ma non solo) nelle ore notturne nelle accettazioni e in emergenza;

8. lo stesso team dovrà anche sensibilizzare i datori di lavoro a non “lasciar fare”, ma a rifiutare la violenza anche prevedendo sanzioni;

9. stabilire procedure per rendere sicura l’assistenza domiciliare prevedendo anche la comunicazione a un secondo operatore dei movimenti per una facile localizzazione;

10. evitare per quanto possibile che i professionisti sanitari effettuino interventi “da soli”, ma fare in modo che con loro sia presente almeno un collega o un operatore della sicurezza;

11. riconoscere lo status di pubblico ufficiale, ritenendolo strumento indispensabile per arginare le violenze;

12. inserire la predisposizione delle opportune misure per la sicurezza degli operatori sanitari e per prevenire atti di violenza tra gli obiettivi individuali del Direttore generale dell’azienda.

La Federazione si è già più volte espressa e ha preso posizione sul tema della violenza sugli operatori, anche a supporto delle numerose denunce e delle iniziative via via prese dagli Ordini provinciali ed è disponibile a dare supporto, collaborare e operare con le altre istituzioni per definire percorsi di prevenzione efficace.

La FNOPI non ha intenzione – e chiede che la legge possa essere una garanzia in questo senso – di lasciare solo nessun collega. L’infermiere, come ogni professionista della salute, non è un bersaglio, non è un capro espiatorio, non è un contenitore inerme dove riversare rabbia, frustrazione e inefficienze del sistema.

L’infermiere è un professionista alleato del cittadino e tutto il Servizio sanitario deve impegnarsi perché questa alleanza possa esprimersi al meglio, per aumentare sicurezza e fiducia. Il tutto in sintonia e condivisione con le iniziative di altre Federazioni come quella degli Ordini dei medici, coinvolte in prima persona dal fenomeno.

In questo senso, come accennato in precedenza, e considerando che quella infermieristica è sicuramente la professione più colpita da atti di violenza, per consentire ai propri professioni di evitarli quanto più possibile, la Federazione ha messo di sua iniziativa (ma sarebbe bene che fosse previsto un percorso analogo d’obbligo per tutti gli operatori sanitari maggiormente a rischio) a disposizione agli iscritti un corso gratuito Ecm.

Il corso si chiama “C.A.R.E. (Consapevolezza, Ascolto, Riconoscimento, Empatia) – Prevenire, riconoscere, disinnescare l’aggressività e la violenza contro gli operatori della salute”, la cui filosofia si basa sulla de-escalation, una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale, appunto, che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale.

Il Corso, avviato a settembre 2019, è già stato seguito in soli 4 mesi 94.403 infermieri, ottenendo anche risultati positivi nell’applicazione dei comportamenti appresi con una sensibile riduzione delle aggressioni.

Il cittadino non ha chiaro chi si prende cura di lui: deve capirlo che a farlo è l’équipe. Anche rispetto all’assistenza domiciliare, altro terreno di rischio per la violenza sugli operatori, spesso modelli organizzativi sono decisi da pochi mentre il sistema di rischio clinico deve avere modalità diffuse, interconnesse e condivise da tutti.

Solo l’impegno comune di tutti gli attori della sanità e col supporto dei rappresentanti dei cittadini e degli organi di informazione, può migliorare l’approccio al problema e assicurare un ambiente di lavoro sicuro.

Tanto più che gli atti di violenza possono ripercuotersi negativamente anche sulla qualità dell’assistenza offerta ai cittadini.

Il video integrale dell’audizione

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