Un infermiere pediatrico nuovo presidente di Medici Senza Frontiere

Ettore Mazzanti

L’Assemblea generale dei soci e socie di Medici Senza Frontiere ha eletto il nuovo Consiglio direttivo. Ad assumere la carica di presidente è Ettore Mazzanti, infermiere pediatrico con lunga esperienza nell’organizzazione.
Nato a Bologna nel 1964, Mazzanti lavora con MSF dal 2002. Nel corso degli anni ha ricoperto diversi ruoli nei nostri progetti sul campo: come infermiere, coordinatore di progetto e responsabile medico. Dal 2008 ha inoltre lavorato come career manager, continuando a partire annualmente sui progetti, tra Medio Oriente e Africa orientale. Un percorso che gli ha consentito di sviluppare una conoscenza approfondita dei contesti operativi e dell’evoluzione dei bisogni umanitari.

Dalla corsia pediatrica in zone di guerra alla Presidenza: quanto la sofferenza dei più piccoli segna ancora il suo modo di guidare MSF?
“Ricordo molto bene la mia prima missione con Medici Senza Frontiere (MSF), in Angola, in un contesto segnato da 25 anni di guerra civile. All’epoca, con un pizzico di presunzione, pensavo: “Vengo dall’oncologia pediatrica, sarò in grado di gestire la morte dei bambini”.
Poi ti trovi davanti a bambini che muoiono di malnutrizione, tanti, troppi – per una dimensione che non è una patologia ma uno stato di immunodeficienza legato a una miseria nutrizionale che uccide – e capisci che è un’altra cosa.
I bambini non mentono in nessuna parte del mondo, anche quando stanno male. Non hanno i filtri degli adulti, non si proteggono con le parole. Quello che vivono lo vedi. E non ci si può improvvisare. Non a caso, rappresentano la popolazione più esposta a rischio, assieme alle donne incinte – popolazione sempre ben rappresentata in ogni scenario in cui MSF è presente.
Questo tipo di esperienza, umana e professionale, cambia il modo in cui guardi le cose: non riesci più ad addolcirle o a raccontartele in modo più comodo, né a prendere distanza dal dolore, volente o nolente.
C’è un altro aspetto importante da sottolineare: vedere che, anche con interventi apparentemente semplici – in contesti deprivati di diagnostica e farmacologia – le cose possono cambiare. Bambini che sembravano senza speranza tornano a muoversi, giocare, danzare. Vivere.
È questo che mi è rimasto impresso dal mio primo movimento con MSF: vedere le cose per come sono, senza sconti, e sapere che anche ciò che sembra poco può fare un’enorme  differenza. Un sentimento che continua a accompagnarmi nei numerosi contesti diversi che ho vissuto con MSF, nei quali ho aumentato le sfide personali, valorizzando le competenze acquisite, fino a ricoprire il ruolo di coordinatore in progetti di emergenza o di deprivazione cronica. Un sentimento che mi accompagna anche oggi nel nuovo ruolo che ho iniziato a ricoprire.
Da ricordare che da soli non si fa nulla: la gratitudine alle centinaia, migliaia di colleghe e colleghi  nazionali ed internazionali con cui siamo riusciti a fare cose – apparentemente impossibili – in contesti spesso complicati, è ben raccolta nella mia memoria. Anche nel mio cuore”.

MSF ha “Medici” nel nome: cosa aggiunge la visione e la competenza di un infermiere al vertice dell’organizzazione?
“MSF nasce, alle origini, da un team di medici e giornalisti. In 55 anni di crescita, oggi tutte le professionalità che consentono di gestire un ospedale sono parte del panel di persone che si muovono nei progetti. Medici, infermieri, amministrativi, logisti, costruttori, sanificatori delle acque.
Il nome è a memoria delle origini. Oggi posso serenamente affermare che non esiste spirito di competizione tra professioni. Delle due, l’opposto: essere un team coeso e con lo stesso obiettivo ben chiaro da raggiungere consente davvero un brillante “gioco di squadra”. Ogni professionista porta un valore aggiunto in modalità sinergica.
L’infermiere contribuisce a tenere insieme al team multiprofessionale i tanti livelli dell’attività di cura: clinico, umano, relazionale.
Devo pure sottolineare che il mandato di ogni professionista che si muove con MSF è quello di lasciare il segno, ovvero insegnare, ex ducere: trarre fuori il potenziale sempre presente nelle colleghe e nei colleghi con cui si interagisce, e molto spesso ci si arricchisce.
Ed è fondamentale investire più e più nel bagaglio di un vissuto – molto spesso tragico – che le persone si portano dietro, non solo nel problema che appare davanti”.

Con la campagna “Proteggere la missione medica”, cosa chiedete oggi per evitare che il personale sanitario e gli ospedali continuino a essere considerati campi di battaglia?
“MSF chiede una cosa molto concreta: che gli Stati prendano posizione in modo chiaro e coerente e che facciano rispettare quelle regole che già esistono.
Il diritto internazionale umanitario prevede che ospedali, ambulanze, personale sanitario e pazienti siano protetti. Il 3 maggio sono passati 10 anni dall’adozione all’unanimità della risoluzione 2286 da parte del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre 80 stati membri, tra cui l’Italia, hanno assunto l’impegno di proteggere il personale, le infrastrutture, i mezzi di trasporto e le attrezzature in campo sanitario e sanitario-umanitario.
Il problema è che, sempre più spesso, queste regole non vengono rispettate, e, troppo spesso, senza conseguenze. Negli ultimi dieci anni, gli attacchi agli ospedali e al personale sanitario non sono diminuiti: sono aumentati. Dal 2016, 21 membri del personale di MSF sono stati uccisi in 15 incidenti mentre svolgevano il proprio lavoro. Oggi Medici Senza Frontiere esorta gli Stati a rispettare questo impegno e a proteggere l’assistenza sanitaria.
Per questo motivo, abbiamo lanciato una petizione online rivolta alla comunità sanitaria italiana per chiedere al governo un rinnovato impegno al rispetto delle norme che tutelano l’assistenza sanitaria e a esercitare tutta l’influenza possibile in ambito internazionale affinché altri stati e parti in conflitto facciano altrettanto. Sarebbe importante che tutti gli infermieri firmassero, perché quando un ospedale viene colpito, o un’ambulanza attaccata, non è solo un episodio: è il segno che quel limite non viene più considerato tale. Chiediamo agli stati di uscire dall’ambiguità, di condannare questi attacchi sempre, indipendentemente da chi li commette, e di utilizzare la propria influenza perché altri facciano lo stesso.
Proteggere la missione sanitaria umanitaria non è un principio astratto. È una responsabilità concreta che gli stati devono assumersi. Non posso lontanamente ipotizzare che un’atrocità commessa diventi un modus operandi a cui ci si debba abituare”.

Che messaggio darebbe a un giovane che voglia intraprendere la carriera infermieristica?
“Che è un lavoro che ti mette davanti alla vita degli altri senza tanti filtri. E quindi, inevitabilmente, anche davanti alla tua.
Non è sempre bello, non è sempre gratificante. Ci sono giorni in cui ti chiedi perché lo fai.
Siamo esseri umani, attraversati da una moltitudine di sentimenti, e la famosa empatia è un’asticella mobile. Difficile ipotizzare di esercitare questa professione e restare indifferenti: cambia il modo in cui guardi le persone, le relazioni, anche le cose semplici. Ci si arricchisce in modalità costante, non ho dubbi al riguardo.
A chi inizia, direi di non avere fretta di “diventare qualcuno”. E di non pensare che basti essere bravi tecnicamente. Serve quello, certo. Ma serve anche una forma di presenza, di attenzione, che non si impara sui libri.
E poi, se a un certo punto capisci che è davvero il tuo posto, diventa difficile lasciarlo”.

Gli altri consiglieri nel nuovo Consiglio Direttivo sono Martina Marchiò, infermiera e coordinatrice sanitaria, e Tommaso Fabbri, farmacista e capomissione, nel ruolo di vicepresidentiOussama Omrane, mediatore interculturale e promotore della salute, Tommaso Daunisi, avvocato, Alessandra Oglino, manager nell’ambito della sostenibilità, responsabilità sociale e governance, e Francesco Virdis, chirurgo d’urgenza. A loro si aggiungono Alessia Ripandelli, infermiera, come membro supplente e i due membri cooptati Elena Bertorello, esperta di finanza, e Roberto Biondi, manager d’azienda.