La tutela della dignità professionale e il nuovo contratto

Queste righe si rivolgono prima di tutto ai colleghi infermieri, protagonisti della professione che da sempre rappresenta per diffusione, capillarità e innovazione uno dei fulcri più importanti per la tenuta di tutto il sistema salute, ma anche a chi il contratto lo sta scrivendo, perché siano posizionamenti di supporto, indirizzo e riflessione, ed infine (ma non per importanza) a tutti i nostri assistiti perché sappiano che è a rischio la qualità assistenziale se non si troveranno possibilità di salvaguardia di 450,000 professionisti che sono oggi più che mai sono demotivati e affaticati da un sistema che stenta a riconoscere loro la legittima importanza che meritano.

La Federazione nazionale Ipasvi non è una rappresentanza sindacale, ma non può nemmeno ignorare che dopo dieci anni di assenza di contratto per gli infermieri la questione vada perfino al di là dei rinnovi degli accordi, ma sia una reale questione di dignità professionale che entra in ballo.

D’altra parte in questi dieci anni il mondo infermieristico è cambiato, sta cambiando in modo netto il modello di assistenza e perfino il riconoscimento della professione che sta per passare dai Collegi agli Ordini come per tutte le altre professioni intellettuali.

In questo senso la Federazione non può ignorare l’importanza e l’impatto che il nuovo contratto avrà sulla professione ed è già da mesi che si adopera ai livelli politico-decisionali per garantire l’adeguamento delle norme contrattuali alla crescita professionale degli infermieri.

Ora il contratto è in dirittura d’arrivo. Molto si è fatto con il riconoscimento di ruoli e funzioni fin qui ignorate, ma ancora c’è da fare

Sul versante economico le risorse messe a disposizione nelle varie leggi di bilancio non coprono in realtà in media nemmeno la perdita subita dall’ultimo contratto a oggi.

Un infermiere infatti – sempre in media – guadagnava nel complesso 32.301 euro medi l’anno nel 2009, anno dell’ultimo contratto, che a regime nel 2011 ha portato questa cifra a 37.632 euro. Ma dal 2011 al 2015, anno che rappresenta la base per i calcoli del nuovo contratto, si sono “persi” 114 euro l’anno, facendo scendere la retribuzione media annua a 32.518 euro, più del 2009, ma meno del 2011.

Gli aumenti attuali quindi coprirebbero a malapena la differenza persa negli anni: un aumento “non aumento” quindi, anche considerando gli 85 euro al mese medi lordi previsti dall’accordo coi sindacati di novembre 2016 e somme di arretrati che sicuramente non sono in grado di riequilibrare i quasi 700 euro persi negli anni con la svalutazione matematica delle retribuzioni. Per non parlare ovviamente della perdita di potere di acquisto che viaggia nell’ordine del 20-25% della busta paga.

Se poi si analizzano le singole voci, si scopre che rispetto al 2011, nel 2015 a perdere è stato lo stipendio, la Ria, le altre indennità accessorie (tra cui per il comparto l’indennità di funzione per posizioni organizzative; l’indennità professionale specifica, compresa l’indennità di rischio radiologico per i tecnici sanitari di radiologia medica; l’indennità per l’assistenza domiciliare; l’indennità SERT), mentre le voci aumentate sono quelle relative allo straordinario (+17 euro, in aumento maggiore nel 2015 rispetto al 2011, ma anche rispetto al 2009) e di conseguenza la tredicesima su cui questo influisce, le indennità  varie (e fisse) quali ad esempio l’indennità per particolari condizioni di lavoro; la pronta disponibilità; i compensi per produttività; l’indennità di coordinamento.

Un sali-scendi quindi legato a condizioni di lavoro che non hanno puntato su una vera e propria organizzazione degli organici, ma sul massimo sfruttamento di quelli (sempre più vecchi sia professionalmente che come età e, quindi, esposti a maggiori rischi personali e per il paziente) presenti, con la forza lavoro che, al contrario, è andata via via diminuendo come tutti sappiamo per i risparmi di spesa legati agli indicatori di riferimento (la spesa 2004 meno l’1,4 % il che vorrebbe dire abbassare di circa 3,5 milioni la spesa complessiva per tutto il personale – compresa quella degli oneri riflessi – rispetto al 2015 o anche di 2,5 milioni la spesa relativa alle retribuzioni: un dato che non merita né aggettivi né commenti) e ai blocchi del turn over che hanno peggiorato in modo evidente e ancora più grave la situazione nelle Regioni con piani di rientro, che coprono poco meno della popolazione nazionale.

 

 

Il risultato economico sarà, oggettivamente, insignificante; diventa allora, ancora più importante mettere a regime e strutturare formalmente la parte normativa  del contratto per premiare la meritocrazia vera e incentivare le nuove professionalità emergenti per sviluppare l’altrettanto nuovo modello di assistenza che si è prefigurato in Italia.

Così a settembre, in base anche all’Atto di indirizzo del Comitato di settore all’Aran, abbiamo sottolineato la necessità di rielaborare il sistema degli incarichi per meglio valorizzare la professione infermieristica. In questo senso va prefigurata con maggiore precisione una carriera negli incarichi gestionali, professionali e formativi e di ricerca. Come previsto del resto nella direttiva per il contratto della dirigenza medica e sanitaria per i profili dei medici e degli altri dirigenti sanitari, permettendo di raggiungere l’obiettivo in base al quale sia prevista per un infermiere una sua progressione di carriera non solo organizzativa, ma anche professionale, cosa che finora non si è mai realizzata. A oggi un infermiere viene assunto come infermiere e in questo modo finisce la sua carriera professionale a meno di non diventare coordinatore o dirigente.

A novembre è stato predisposto un documento dove sono state affrontate alcune riflessioni sui temi del reclutamento; il sistema di classificazione; il sistema dei fondi e delle indennità; la libera professione e le prestazioni aggiuntive; lo sviluppo delle competenze e la valorizzazione degli incarichi in ambito professionale e in ambito gestionale (incarichi gestionali e incarichi professionali); la non idoneità e l’idoneità condizionata: temi, alcuni,  che meritano di essere inseriti nelle agende dei decisori politici e istituzionali per un approfondimento ed una valutazione legislativa e normativa al fine di prevedere percorsi di superamento e/o modifica del sistema attuale..

A dicembre, con le prime bozze di articolato predisposte dall’Aran (e comunque criticate dai sindacati), abbiamo necessariamente dovuto riprendere e sottolineare con forza in senso negativo  la scelta del Parlamento di approvare un emendamento alla legge di Bilancio che implementa, sia pure per il prossimo contratto dopo il 2019, le risorse, partendo dalla retribuzione individuale di anzianità (RIA), solo per il contratto della dirigenza medico e sanitaria e non per il comparto che costerebbe poche centinaia di miglia di euro e non milioni: Ria e stabilizzazione dei ricercatori non riguardano il personale del comparto, non coinvolgono gli oltre 447mila infermieri (oltre 700mila unità di personale con le altre professioni che scontano gli stessi percorsi) che da questa legge di bilancio rimangono con un pungo di mosche delle quali la politica dovrà rendere loro conto al momento del redde rationem.

E abbiamo sottolineato un altro scoglio che va superato: la proposta emersa nel frattempo sulla funzione organizzativa-gestionale che non coglie l’importanza strategica per il funzionamento delle Aziende sanitarie della funzione di  infermiere coordinatore sempre più rilevante sia nella nuova organizzazione del lavoro degli ospedali per intensità di cure e complessità  assistenziale, negli ospedali di comunità a gestione infermieristica e nelle strutture distrettuali e nelle cure primarie. Sono argomenti che un contratto dignitoso dovrebbe affrontare e risolvere, ma stiamo parlando di qualcosa che per essere conclusa deve far arrampicare sugli specchi parte pubblica e sindacati 

E’ necessario tutelare la loro dignità economica prevedendo indennità di incarico degne di professionisti che hanno la responsabilità dell’organizzazione dell’assistenza, così come criteri di valutazione – annuali e al termine dell’incarico – che aprano le porte ai compensi per le performance. E non è possibile prevedere che ogni 3-5 anni si debba ripetere la  selezione per l’incarico: a valutazione positiva deve esserci la sua conferma.

Ora la firma del contratto si avvicina. Un contratto praticamente, come abbiamo sottolineato all’inizio, isorisorse, che deve trovare la sua ragion d’essere almeno in una parte normativa che davvero premi lo sviluppo di carriera e la professionalità.

Ma anche qui dobbiamo prendere atto del fatto che il tema delle competenze specialistiche è alquanto sfumato e annacquato rispetto al documento predisposto dalla Federazione nazionale. In particolare per gli infermieri esistono già documenti approvati anche dalle Regioni da oltre quattro anni che configurano un diverso assetto dell’organizzazione del lavoro, ben chiarendo la portata, il significato e l’organizzazione delle competenze specialistiche e che sono state richiamate e sviluppate, appunto, nel documento predisposto a suo tempo dalla Federazione Ipasvi. Sarebbe bastato riprendere ciò che già le Regioni hanno condiviso per ottenere un risultato sicuramente più dignitoso.

Rispetto invece all’organizzazione del lavoro, uno dei temi caldi da affrontare che ancora torva sulle barricate i sindacati è ad esempio quello dell’orario di lavoro che nella versione proposta dall’Aran non tiene conto del rispetto della salute biopsichica del professionista e della conseguente prestazione professionale che erogherebbe.

La nostra proposta, nell’impossibilità economica di seguire la strada più naturale di un reintegro della forza lavoro con un numero di professionisti (la Federazione ha calcolato solo per questa voce la necessità di almeno 20mila infermieri in più) in grado di far fronte alle nuove esigenze, è semplice: nessun escamotage per aggirare l’adeguamento dell’Italia all’Ue in materia di orario di lavoro e riposi, nessuna decurtazione dei fondi che dovranno servire alla premialità e alle nuove funzioni – professionista specialista ed esperto -, nessun accantonamento o riduzione del riconoscimento e delle potenzialità per figure come quella di coordinamento.

Uno dei nodi principali per i sindacati da sciogliere con il contratto è quello dell’orario di lavoro.

Un tema fondamentale e per di più collegato a due altri argomenti forti del contratto: la pronta disponibilità e lo straordinario.

Quello che deve essere chiaro è che non devono esistere più deroghe alle indicazioni Ue recepite per legge e che pronta disponibilità e straordinario non possono essere ancora, come è stato fino a oggi, gli strumenti per coprire l’enorme falla negli organici e, di conseguenza, nell’organizzazione del lavoro.

L’orario di lavoro va rispettato, i riposi previsti anche, la pronta disponibilità non può e non deve essere un alibi per superare queste previsioni di legge. E lo straordinario, non per niente l’unica voce economica ad aumentare, non deve diventare uno strumento di programmazione per coprire la carenza di organici.

Infine, per quanto riguarda le possibilità limitate della parte economica, sarebbe opportuno che almeno il contratto recuperasse la Retribuzione individuale di anzianità che per il comparto sono poche centinaia di migliaia di euro e che la legge di Bilancio sembra aver del tutto dimenticato nel momento in cui ha pensato a recuperarla con decine di milioni per la dirigenza sanitaria dimenticandosi del personale.

Resta tuttavia ancora aperto – e potrebbe trovare spazio normativo nel contratto – il discorso sulla libera professione degli infermieri che andrebbe normata in analogia con quella dei dirigenti sanitari.

Per garantire l’esercizio dell’attività libero professionale intramuraria anche agli infermieri, si possono applicare le norme previste dalla legge 3 agosto 2007, n. 120. Per quanto riguarda le strutture in cui poter esercitare la libera professione intramuraria, data la caratteristica assistenziale anche extra ospedaliera dell’attività infermieristica, si dovrebbero considerare strutture idonee allo svolgimento anche il domicilio del paziente o l’ambulatorio infermieristico territoriale o la farmacia. Il professionista a cui è richiesta la prestazione libero professionale intramuraria deve informare l’azienda di appartenenza e, una volta autorizzato, può svolgere tutte le attività di garanzia di trasparenza previste dalla legge 3 agosto 2007, n. 120. Ai professionisti non sarebbe dovuta una indennità di esclusiva come quella prevista  dal Dlgs n. 502/92, come modificato dal Dlgs n. 299/99, in quanto  pubblici dipendenti e quindi sottoposti alle regole dell’articolo 53,  Dlgs 165/2001 e sue successive modificazioni e integrazioni. 

Il contratto poi potrebbe essere il luogo dove normare anche l’equo compenso che eviterebbe situazioni imbarazzanti e ingiuste nei confronti degli infermieri che operano nelle cooperative.

Infine un altro passaggio sarebbe logico, vista la consistenza e le peculiarità della categoria che conta oltre 440mila iscritti: la creazione di un’area separata di contrattazione all’interno del contratto del comparto dove poter normare tutti gli argomenti peculiari della professione infermieristica.

Esistono professioni che svolgono attività sugli assistiti h24, con l’assunzione di responsabilità assistenziali dirette e l’utilizzo di conoscenze e competenze fortemente strutturate, e per questo dovrebbero avere una diversa impostazione del lavoro e quindi del contratto. Si tratta di una evidenza logica: l’infermiere è la figura che si occupa dei bisogni degli assistiti in modo assolutamente continuo si in ospedale che sul territorio e per questo dovrebbe avere regole diverse dalle altre professioni sanitarie e dovrebbe poter regolare la sua professione secondo parametri che attualmente non riconoscono la peculiarità dell’attività che i nostri professionisti svolgono ogni giorno.

 

 

 

Barbara Mangiacavalli
Presidente Federazione nazionale Ipasvi